Con «Le funambole» di Sparno e Romano l'incanto delle Sirene di Camilleri al Piccolo Bellini

La Sicilia – come l’Africa, o come molti siti insulari – è un serbatoio di storie che dissetano e nutrono l’immaginario. Preservando - con una tenace memoria narrat(t)iva - un patrimonio di civiltà dalla dissoluzione nella modernità liquida. Si tratta di “cunti” della tradizione orale che intrecciano mito, storia e leggende, fantasia sconfinata e archetipi, riti magici e arte. Andrea Camilleri – scrittore di rango che prima del successo planetario del suo commissario Montalbano nasce fine poeta – ne è custode affabulante e sapiente: capace di echeggiare con la melodia a tratti aspra ma sempre seducente di una lingua corposa la ricchezza visionaria della sua terra. Lo dimostra un suo poetico romanzo edito da Sellerio nel 2007, Maruzza Musumeci, e così motivato dallo scrittore stesso, grande griot (cantore di storie e ambasciatore di civiltà) di Porto Empedocle: «Mi sono voluto raccontare una favola. Perché, in parte, la storia del viddrano (originario di Vigata, ndr) che si maritò con una sirena me l’aveva già narrata, quand’ero bambino, Minicu, il più fantasioso dei contadini che travagliavano nella terra di mio nonno».

Il pubblico napoletano ha ora la possibilità di rituffarsi in quella storia dolcemente perturbante di terra e di mari, di ulivi millenari e antiche sirene, di ulissidi e ninfe, guerrieri e pescatori, immergendosi nel gioco di emozioni ed evocazioni sprigionato da una lingua screziata e fortemente identitaria interpretata a teatro, con affiatata maestria e ironia, da Rosario Sparno e Antonella Romano nello spettacolo «Le funambole»: liberamente ispirato dal romanzo di Camilleri e in scena al Piccolo Bellini fino al 14 gennaio (dal martedì al sabato alle 21.15, domenica alle ore 18.30), con l’adattamento e la regia dello stesso Sparno su progetto della sua compagnia Bottega Bombardini (produzione Casa del Contemporaneo).

Dopo una precedente lettura in musica curata da Rocco Mortelliti e Paola Ghigo nel 2013, e una trasposizione teatrale di Pietro Montandon per la regia di Daniela Ardini, il “cunto” di Maruzza trova così a Napoli, terra per antonomasia delle Sirene, e appunto nelle «Funambole» (titolo-sineddoche, pretesto che rinvia a ulteriori sconvolgimenti, tellurici, nella Sicilia del 1930), il perfetto approdo di una sintesi drammaturgica che ci restituisce anche le simbologie fondamentali dell’opera di Camilleri. Riverberate dalla suggestiva essenzialità scenica, “abitata” dai corpi, dai gesti e dalle voci dei due attori ma anche dalle fluttuanti installazioni mitologiche, leggere e trasparenti, forgiate con il filo di ferro dall’originale arte della stessa Antonella Romano. Che continua a lavorarle “live”, con misurata compostezza, mentre recita con notevole duttilità le sue molte parti femminili accanto a Sparno: lo Gnazio Manisco protagonista del racconto, contadino e muratore molto più legato alla terra che al (temuto) mare, che a fine Ottocento, di ritorno a Vigata dall’emigrazione in America, sposerà - grazie all’accorta mediazione della curandera e sensale di matrimoni “gnà Pina” - la bellissima Maruzza Musumeci: donna misteriosa, bizzarra e sensuale che con il mare, e i suoi antichi segreti, ha invece molto a che fare…

A inanellare dialogicamente la loro storia, vegliata con piglio di ancestrale Mater Matuta dall’anzianissima e inquietante bisnonna Menica e intrisa di amore e morte, misteri, vendetta profumata di mare e vita odorosa di terra, i bravi Sparno e Romano: due fratelli artigiani-narrat(t)ori intenti a lavorare, in scena, una enorme scultura di coda di sirena in rete di ferro “ricamata” in piccolo dalle agili mani di Antonella e lucidata con l’acqua marina da Rosario: trasparente metafora di un ordito relazionale, e letterario, sapientemente intessuto sullo sfondo di un sito ambientale e culturale di donne forti e uomini arcaici. Grazie alla magia del teatro di narrazione, l’immaginaria contrada Ninfa – lingua di terra e di ulivi adagiata sul mare e dal mare circondata – prende così corpo diventando scenario di una sequela incessante di eventi e personaggi, di volta in volta metamorficamente incarnati, con naturalezza estrema, dai due attori, adeguatamente vestiti dalla costumista Alessandra Gaudioso: che – da soli - riescono a dare vita a un’interpretazione emotivamente avvincente, nel pieno rispetto della molteplicità di rinvii e rimandi del testo originale di Camilleri. Denso – fra il resto – di echi omerici e pirandelliani, oltre che di ritualità del mondo popolare siciliano tardo-ottocentesco. E persino i due figli di quella singolare unione tra Gnazio e Maruzza (il maschio Cola, vocato per le stelle ma che ricorda un po’ Cola Pesce, e la femmina Resina, non casuale anagramma di Sirena) completano, nella sintesi scenica del romanzo di Camilleri, una visione del mondo che lasciando spazio al fiabesco e al poetico rivela tanto della realtà: ma senza colonizzazioni dell'immaginario o banalizzazioni da fiction tv. Forse perché, come si legge nel testo, bisogna «chiudere gli occhi “pi vidiri le cose fatate”, quelle che normalmente, con gli occhi aperti, non è possibile vedere». Una bella morale.  

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