Emergenza criminalità a Napoli, perché serve una scossa

Serve una scossa, e che sia forte. Per contrastare la violenza dei giovani che dovrebbero essere l’oro di Napoli e sono il suo piombo, adesso devono arrivare fatti. L’incontro straordinario di oggi sulla violenza giovanile indetto dal Csm nella sala Arengario del Tribunale di Napoli può essere un detonatore capace di amplificare a livello nazionale l’allarme di una città proiettata verso un imbarbarimento ormai contagioso. I suoi partecipanti hanno l’autorevolezza, la competenza, gli argomenti per fare di quest’incontro un richiamo forte. Per accendere il riflettore su un’emergenza nazionale vera di cui un vero ministro degli Interni dovrebbe occuparsi, invece di seminare odio, razzismo e paure.

Perché ormai da tempo non è più questione di bande isolate, frange violente di baby paranze intente a scontrarsi per la contesa del territorio. E Napoli è allo stremo, sopraffatta dalle disattenzioni di recente bene descritte su questo giornale da Isaia Sales e Antonio Mattone.

Alle sordità governative, però, va aggiunta purtroppo l’indifferenza di una città che sembra assuefarsi a tutto: ai bus diventati presenze ectoplasmatiche, ai dissesti stradali, ai cantieri senza fine, al dilagare degli abusivi, ai cumuli di rifiuti, a una cosiddetta movida sempre più selvaggia che fa da trampolino per gli affari della camorra. Ma Napoli sembra non vedere e sembra abituarsi anche alle stese. Come ha rimarcato il nostro Gigi Di Fiore, solo tra il 2016 e il 2017 le stese segnalate di giovanissimi sono state 52. Mentre il procuratore presso il Tribunale dei Minorenni di Napoli, Maria de Luzenberger, ha evidenziato un altro dato inquietante.

È vero, sì, che tra il 1° luglio 2016 e il 30 giugno 2017 le iscrizioni di procedimenti a carico di minorenni sono diminuite del 24%, ma a questo non corrisponde una rarefazione di episodi criminosi, che invece sono in aumento. Quel calo del 24% va attribuito quindi soltanto al fatto che le vittime non denunciano più. Per paura. Eccola, una paura vera serpeggiante tra i vicoli, di cui al Viminale si dovrebbe prendere atto. 

Perciò è importante che l’incontro di oggi faccia rumore, soprattutto arrivando a chi non sembra avere orecchie per sentire. Perché, che vi si colga il prevalere dell’ideologia del crimine o il carattere di nuova guerra frammentata, il susseguirsi sempre più incalzante di atti intimidatori attesta un salto di qualità della violenza giovanile. Lo stillicidio di episodi di questi giorni, come la stesa che ha colpito un’inconsapevole donna di Forcella al balcone o quella che l’altra sera ha lasciato in piazza Municipio 18 bossoli e solo per miracolo nessun morto o ferito, dice una cosa: che ormai non ce la si cava più con i sociologismi territoriali, o additando le periferie come sentina di tutti i mali. I giovani e giovanissimi attori di questo teatro violento non sono solo figli di boss, non hanno avuto come quinta naturale solamente lo squallore delle periferie desolate. I ragazzi che si sentono padroni dei quartieri e organizzano scorribande e altre manifestazioni di possesso, a volte pur senza essere legati a qualche clan, sono il contagio diffuso di una devianza generalizzata che sta omologando la città nel segno della banalizzazione della morte.

E allora, che oggi, alla riunione straordinaria dell’organo di autogoverno dei magistrati, si pongano pure sul tappeto temi forti, destinati a far discutere, se occorre anche a suscitare polemiche: come quello di togliere la patria potestà ai boss, o comunque d’intervenire sulla responsabilità genitoriale. O anche, l’idea di rivedere i limiti di pena per l’applicazione di misure cautelari ai minorenni. Che si delinei, a partire da qui, una possibilità di azione. Che naturalmente non potrà né dovrà essere pura repressione. Che andrà integrata in un piano concordato tra tutti, governo, amministrazione locale, scuola, famiglie, forze dell’ordine, tra istituzioni preposte al governo di un territorio che non possono continuare ad andare avanti ciascuna per suo conto, senza un disegno comune. Ma a cui, adesso, serve proprio una scossa.
 

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