Dalle stese di camorra al diploma, la nuova vita di Marco: «Amo la matematica»

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Lo scorso settembre era in sella a uno scooter, sedile posteriore, un braccio penzolante, l'altro vicino alla natica destra. Lo inchiodano così, appena qualche mese fa: che - nell'ottica del 17enne Marco - sembra una vita fa, manco fosse un'altra era geologica. Settembre 2021, dunque, nei pressi di piazza Trieste e Trento, Marco finisce in manette: era seduto su una pistola con il proiettile in canna, stringeva con la mano destra l'arma, era pronto a fare fuoco. Per gli inquirenti non ci sono dubbi: stava facendo la ronda per conto di un clan dei Quartieri Spagnoli, probabilmente si apprestava a compiere una stesa, se non addirittura un agguato. Finisce in cella, come uno dei tanti babykiller (o potenziali babykiller) che avvelenano la vita dei napoletani. Uno dei tanti, se non fosse per uno scatto di reni quasi inedito, frutto del lavoro condotto dal suo legale di fiducia - l'avvocato Mario Covelli, presidente della camera penale minorile -, in piena sintonia con l'ufficio inquirente della procuratrice Maria De Luzenberger. È stata individuata una strada, il ragazzino resta detenuto, nessuno sconto, nessuna concessione a cuor leggero. Ma la possibilità di costruire un ponte con il passato, l'opportunità tornare tra i banchi, per sostenere una cosa che pensava fosse impossibile: l'esame di terza media, un pezzo di carta, un diploma che reca il suo nome. Sono bastati sei mesi di lavoro tra i banchi - lo ripetiamo: sempre da detenuto - per avere una prospettiva inedita, finanche rivoluzionaria, per chi di recente faceva il soldato delle paranze dei clan all'ombra di Montecalvario. Giugno, la linea d'ombra. 

A chi gli sta vicino, Marco ha confidato la propria speranza: voglio provarci, voglio dimostrare a me stesso che quella vita abbandonata anni fa vale come una sorta di tesoretto personale. Ha ripensato al grembiule delle scuole elementari, ai banchi di un istituto dei Quartieri spagnoli, alle urla delle maestre, alla campanella, poi all'iscrizione alle medie, ma anche ai giorni di assenza, ai primi anni stentati, all'abbandono dei libri, al risveglio mattutino dopo mezzogiorno, alle giornate in un circoletto ricreativo, all'amico che ti presenta altri amici, alla zona mia, zona nostra..., allo sguardo da duro, alle tante - troppe - tarantelle in sella a scooter puntualmente rubato a qualcuno. A quella cosa lì. Il ferro. Che quando non lo usi, sembra un pezzo di ghiaccio pure ad agosto, ma diventa rovente se lo stringi e premi il grilletto, come quando vai nella zona del Cavone, laggiù in quelle cave che usano come parcheggi, dove se vuoi puoi provare il ferro tutte le volte che vuoi - neanche fosse un poligono di tiro - che spari e spari, tanto nessuno se ne accorge da fuori. Carcere, libri, la speranza di una svolta. Non sarà tantissimo, ma il diploma è pur sempre un pezzo di carta, tanto alla fine ti impegna anche la giornata in cella: una volta viene quello della Geografia, poi quello di Italiano, poi Matematica. Ecco, la matematica. È a questo punto - per dirla con chi si sta battendo per una sua riabilitazione - i ricordi di Marco sembrano ricomporsi come sul tavolo di un bravo chirurgo: «È la sua materia preferita - dice chi gli sta accanto in questo periodo -, è la disciplina che lo ha convinto a non arrendersi». Numeri, ordine: contro il caos che ha lasciato là fuori, tra i vicoli dei Quartieri, dove fai ancora fatica a capire se questa è zona nostra o è zona loro. 

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Il Mattino