Sono già ottanta i bambini sottratti ai boss

Sono già ottanta i bambini sottratti ai boss
Sfilare un figlio ai suoi genitori, anche i peggiori, non è mai una soluzione indolore. Lasciarlo, però, in balìa di un padre che di mestiere fa il boss di...

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Sfilare un figlio ai suoi genitori, anche i peggiori, non è mai una soluzione indolore. Lasciarlo, però, in balìa di un padre che di mestiere fa il boss di una cosca, e magari lo usa per confezionare pacchi di eroina, significa arrendersi alle leggi della malavita, compreso il diritto alla successione nell'attività criminale. È nello stretto corridoio tra questi due limiti opposti che si sta muovendo, da tempo, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria, d'intesa con il Tribunale dei minorenni, per allontanare i figli ancora minorenni dalle famiglie mafiose.


Quasi l'esplorazione di un nuovo strumento nella lotta alla criminalità, come il sequestro dei beni, che dopo Reggio Calabria si sta sperimentando anche a Napoli. I dati dicono che sarebbero già circa ottanta, quindi un numero significativo, i bambini sottratti alla ndrangheta, sempre in punta di diritto e applicando la legge, non attraverso scorciatoie o interpretazioni forzate.

Gli strumenti offerti dalle norme sono diversi. Si parte dal codice penale che consente di allontanare i minorenni dalla propria famiglia nel caso di abusi sessuali, un articolo che poi lo scorso anno, con una mini-riforma, è stato esteso anche ai maltrattamenti. E qui entra in gioco la giurisprudenza introdotta in Calabria: il minore, figlio di un boss che gli insegna a sparare con il kalashnikov, può essere considerato un bambino «maltrattato» e allontanato dalla sua famiglia, fino alla decadenza della responsabilità genitoriale (ex patria potestà). Un secondo strumento legislativo risale addirittura all'Italia monarchica, ed è un regio decreto del 1944 che colpisce i «comportamenti irregolari», anche se non costituiscono un reato specifico, come per esempio l'assenteismo scolastico cronico. Infine, per i ragazzi con meno di 14 anni, che non possono essere imputati di nulla, è prevista l'applicazione di particolari misure di sicurezza. In tutti i casi, una volta sottratti ai boss, con mogli complici, i figli di mafiosi e camorristi possono andare in una comunità, in una casa-famiglia, in un servizio sociale sul territorio, gestito dal comune, o in un servizio sociale che fa capo al ministero della Giustizia.

«L'esperimento di Reggio è sicuramente positivo, e stiamo cercando di renderlo il più efficace possibile» commenta Francesco Cascini, responsabile del Dipartimento della Giustizia minorile del ministero di via Arenula: «L'importante è non abbandonarli a un destino segnato che, prima o poi, porta al carcere e al 41 bis. Quindi il distacco dalla famiglia è solo il primo passo di una strategia che va seguita centimetro dopo centimetro». E il rischio di sradicare, con violenza, i figli dal naturale legame con i genitori? «Il metodo prevede di tendere una mano alla famiglia, di provare a coinvolgerla, con un atteggiamento costruttivo e il meno traumatico possibile. D'altra parte la decadenza della responsabilità genitoriale l'applichiamo con i figli minorenni dei rom, e allora perché non dovremmo utilizzarla per un bambino costretto a vivere con un padre che gli insegna a sparare ed a uccidere?»

Meno convinta di questa soluzione così forte, come la decadenza della responsabilità genitoriale, è Caterina Chinnici, parlamentare europeo del Pd, ex magistrato in trincea contro la mafia e la ndrangheta ed ex capo del Dipartimento Giustizia minorile, che chiede di limitarsi «a un allontanamento solo temporaneo dalla famiglia, senza scelte che poi rischiano di essere controproducenti, ma all'interno di un percorso che deve tendere alla riabilitazione dei giovani e dei giovanissimi».


Anche la linea del Tribunale dei minorenni di Napoli è ispirata all'obiettivo di coinvolgere, laddove è possibile le famiglie, come spiega il presidente vicario Maurizio Barruffo: «L'importante è sconfiggere e contrastare la cultura della prepotenza e della sopraffazione, che per la verità non dilaga solo nelle case dei camorristi. Ma noi magistrati dei tribunali dei minorenni, in fondo, siamo l'ultima ruota del carro, la partita della prevenzione per allontanare i minorenni dal rischio delinquenza, si gioca sul territorio. Dove siamo fragilissimi, specie nell'area inquinata della provincia di Napoli. Basti pensare che in un comune a rischio, come Giugliano, dove tra l'altro ci sono oltre 100mila abitanti, ci sono appena tre assistenti sociali. Non credo, in queste condizioni, che possano fare molto per impedire la crescita criminale di un minorenne». Una crescita che prevede una sorta di percorso di studio: prima la consegna a domicilio di una busta con la richiesta del pizzo o con una dose di eroina, poi l'attentato incendiario o l'avvertimento dimostrativo, e infine la lezione, armi in mano, per diventare uno spietato killer. Tutto in famiglia.  Leggi l'articolo completo su
Il Mattino