Napoli, i custodi ladri d'arte ai domiciliari nella villa-museo che hanno svaligiato

Napoli, i custodi ladri d'arte ai domiciliari nella villa-museo che hanno svaligiato
Mettereste mai i topi in un deposito di gruviera? Per quanto pleonastico, l’interrogativo continuano a porselo ormai da mesi alla direzione del Museo Filangieri. Metafora a...

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Mettereste mai i topi in un deposito di gruviera? Per quanto pleonastico, l’interrogativo continuano a porselo ormai da mesi alla direzione del Museo Filangieri. Metafora a parte, è un fatto che la coppia di custodi di Villa Livia - la casa-museo incastonata all’interno del Parco Grifeo che rientra nelle pertinenze del “Filangieri” - responsabili per loro stessa ammissione dei furti di dipinti, sculture e altre opere d’arte scoperti nel luglio scorso, continuino a scontare gli arresti domiciliari all’interno della stessa villa.


Ricapitoliamo la vicenda. Nel bel mezzo dell’estate scorsa arriva una notizia choc: tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare che fa luce su una serie di furti d’arte su commissione figura la coppia di custodi assunti a Villa Livia proprio per preservare il ricco patrimonio della struttura. Per lui e lei, marito e moglie, scattano le manette; nell’indagine condotta dai carabinieri del Nucleo patrimonio artistico di Napoli figurano anche i loro due figli minorenni, ritenuti gli autori materiali delle razzie.

L’indagine era scattata all’inizio del 2018, quando il direttore del Filangieri, Paolo Jorio, aveva presentato denuncia di furto dopo una ricognizione delle opere custodite all’interno di Villa Livia; all’appello mancava un vero e proprio “tesoretto”: 22 dipinti di Scuola Napoletana dell’800, 15 sculture in bronzo, oltre a marmi, maioliche e argenteria varia.

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Una certosina indagine dei carabinieri svelò l’incredibile retroscena: dietro la razzia c’era proprio la coppia di custodi. La donna, in particolare, sarebbe stata la vera “mente” di un gruppo agguerrito (del quale facevano parte anche altre due persone, oltre ai figli minori): lei contattava i “committenti”, quindi entrava in azione trafugando quadri e oggetti, con il marito che le faceva da palo e i due figli minori che portavano il bottino a due ricettatori i quali, a loro volta, lo consegnavano agli acquirenti. Quasi un gioco da ragazzi: la custode aveva vita facile in quanto abitava appunto all’interno di Villa Livia, nell’abitazione destinata appunto ai guardiani. 
L’indagine dimostrò anche come la schiera dei “clienti” che commissionavano i pezzi da ricettare crescesse con il passare del tempo: alcuni facevano parte del giro del mercato antiquario di Napoli; altri addirittura ritenuti veri e propri collezionisti del settore: i quali sceglievano il pezzo pregiato da acquistare e ne concordavano il prezzo. Comportamenti che, alla fine, avevano convinto il giudice per le indagini preliminari a far scattare gli arresti per la coppia con un’accusa molto pesante: associazione per delinquere finalizzata al furto e ricettazione di opere d’arte.

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E così arriviamo ai giorni nostri. Dopo un periodo di carcerazione preventiva scontata in galera, la coppia di custodi viene posta agli arresti domiciliari. Indovinate dove? Proprio all’interno di Villa Livia. «Una situazione assurda, ai confini della realtà - commenta il direttore Paolo Jorio - Siamo di fronte a chi ha commesso un gravissimo resto, e per di più ha anche ammesso in udienza le proprie responsabilità chiedendo di essere processato con il rito abbreviato». Ma tant’è. «Ora servirebbe una vigilanza privata - prosegue Jorio - Intanto la coppia ha chiesto e ottenuto di scontare i domiciliari in quell’abitazione, che è poi quella dei custodi. Noi, nel frattempo, li abbiamo anche già licenziati, adottando un provvedimento che ritenevamo indispensabile, e al quale i due hanno fatto opposizione. Ora abbiamo anche firmato la lettera che dispone lo sfratto da quei locali, perché riteniamo inconcepibile che dei rei confessi permangano sul “luogo del delitto”».


Villa Livia è una delle dimore antiche cittadine più belle e suggestive: la struttura è stata usata tra l’altro come set per la fiction «I Bastardi di Pizzofalcone» e per il film «La Paranza dei bambini».
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Il Mattino