Nuove pensioni, quanta confusione

Nuove pensioni, quanta confusione
I cambiamenti nelle società moderne sono sempre più veloci, ma non di rado trasmettono confusione e insicurezza. A tal proposito è emblematico il caso del...

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I cambiamenti nelle società moderne sono sempre più veloci, ma non di rado trasmettono confusione e insicurezza. A tal proposito è emblematico il caso del nostro sistema pensionistico che ad ogni manovra d’autunno viene modificato rispetto all’anno precedente, lasciando spesso code di insoddisfazione e di insicurezza tra i nostri cittadini perché gli «aggiustamenti» sono a volte lacunosi e poco ponderati.

E, al tempo stesso, non «aggrediscono» i veri punti deboli che poi l’esperienza quotidiana mette a nudo. Questa volta però l’intervento legislativo inserito nella manovra – la cosiddetta quota 100 – è talmente incisivo che merita senza dubbio una profonda riflessione su eventuali punti critici.

Diciamo in maniera semplificata che, se la quota 100 sarà approvata, tutte le persone con almeno 62 anni e 38 anni di contributi possono, a partire dal 2019, andare in pensione, reintroducendo di fatto le pensioni di anzianità in un periodo nel quale iniziano ad entrare in gioco i nati intorno alla fine degli Anni Cinquanta che, rappresentando contingenti tra i più numerosi, determinano forti ripercussioni sulla spesa pensionistica. Infatti, al cittadino comune colpisce la circostanza che l’elemento più distintivo del provvedimento riguarda l’anticipo dell’età alla pensione, caso, questo, unico in Europa (e non solo) e che stride enormemente con l’allungamento della vita media di cui il nostro Paese è largamente avvantaggiato. Lo stesso cittadino si chiede anche se la pensione verrà erogata con il sistema misto (parte con quello retributivo per i contributi versati prima del 1996 e la parte residua, ormai prevalente, con quello contributivo) come da normativa vigente, oppure se ancora una volta sarà introdotto un «modo diverso» di calcolo della pensione, aggirando così la normativa attuale. Ed è questa la vera matassa da dipanare perché, a seconda di come si interviene, balla tra il 10 e il 25% della pensione (senza toccare il capitolo della rivalutazione della pensione in base al tasso di inflazione dato che non è chiaro se verrà applicata a qualunque ammontare o soltanto alle pensioni più basse). Sempre il nostro cittadino si chiede come sia possibile uno scarto così marcato e la risposta risiede nell’agire del meccanismo contributivo che, essendo flessibile a differenza di quello retributivo, produce alterazioni spesso significative che andrebbero comunicate con chiarezza e tempestivamente al cittadino «pensionando». Se, infatti, chiediamo ancora al nostro cittadino cosa significhi percepire un assegno pensionistico con il metodo contributivo, ci risponde che esso è calcolato in base ai contributi versati (il che significa che a parità di versamenti effettuati si dovrebbe ottenere il medesimo assegno) e resta sorpreso quando gli diciamo che non è così. Chiariamo al cittadino: in ambito totalmente contributivo, i versamenti accumulati durante la vita lavorativa, al momento di andare in pensione, vengono dapprima rivalutati in basa alla media delle variazioni del Pil dei 5 anni precedenti l’anno considerato e poi l’ammontare così ottenuto viene moltiplicato per il «misterioso» coefficiente di trasformazione che al momento dell’applicazione sintetizza, in un complesso meccanismo matematico, differenti grandezze (l’aspettativa di vita residua e la quota di reversibilità per il coniuge superstite, in particolare) e viene revisionato attualmente ogni tre anni. Tale coefficiente, al netto del fatto che è unico per maschi e femmine e per tutto il territorio nazionale (anche questa è una situazione che determina profonde diseguaglianze) vale attualmente 5,326% a 65 anni di età e 4,856% a 62 anni. Se lo applichiamo ad un montante contributivo di 400mila Euro circa (sostanzialmente quanto accumulato da un lavoratore in 38 anni di lavoro, con una retribuzione media netta mensile del periodo intorno ai 1500 Euro) otteniamo una pensione di circa 1400 Euro per 13 mensilità andando in pensione a 62 anni e quasi 1600 a 65 anni, cioè il 15% circa in più (più o meno 200 Euro al mese). Il nostro cittadino «pensionando», a questo punto, sentita la spiegazione, ringrazia per le delucidazioni e ritiene di volerci pensare ancora un po’ prima di decidere! Insomma, come si è visto, non sono pochi, ad oggi, gli elementi ancora da chiarire, da precisare ed eventualmente da cambiare, considerando che stiamo toccando da vicino uno degli aspetti fondamentali della vita di ciascuno di noi.
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Il Mattino