Se Napoli fa da «tappo» allo sviluppo della Campania

Dopo l’annuncio della ricandidatura di Vincenzo De Luca a presidente della Regione e dell’interesse mostrato da Luigi De Magistris per tale incarico, la ripresa politica in Campania sarà indubbiamente monopolizzata dal tema regionale. Vedremo in quale direzione evolverà l’imbarazzo che l’annuncio di De Luca ha causato nei vertici nazionali e locali del Pd. Vedremo se i Cinquestelle sosterranno de Magistris in questa nuova avventura, per predisporre poi una candidatura vincente di un loro esponente alla guida della città di Napoli. 
In ogni caso può essere questa congiuntura politica una buona occasione per fare il punto sul nostro regionalismo. Partendo da una premessa: a ormai 50 anni dalla nascita delle Regioni, la Campania non è ancora compiutamente una Regione. Non lo è dal punto di vista della macchina amministrativa, non lo è dal punto di vista dei servizi collettivi offerti, ma soprattutto non lo è per le strategie seguite e per una comune identità mai raggiunta e neanche perseguita. Le istituzioni nuove hanno senso se c’è una finalità sociale che le giustifichi, una burocrazia che ne formi la spina dorsale e una classe dirigente che ne strutturi la funzione attraverso la sua autorevolezza e la sua lungimiranza. Alla Campania sono mancate e mancano tuttora queste tre condizioni. C’è la Campania, ma non c’è la Regione. Non c’è, insomma, quella istituzione in grado di farci fare il salto di qualità nei servizi (trasporti e sanità, innanzitutto) che ne giustificava la nascita. Certo, dei tentativi sono stati fatti, a partire dall’ideazione di un sistema di trasporti regionale, ma tutte le nostre fragilità stanno ancora lì, non risolte e in perenne agguato. 
Definendoci “campani” sappiamo di usare un’astrazione, di compiere una forzatura, di fare riferimento solo ad una collocazione geografica e a una struttura amministrativa che porta tale nome, non a un comune sentire, a una specifica missione, a precisi collanti unitari, e soprattutto a politiche ideate e realizzate per tenerci insieme. Il tentativo di De Luca di trasformare la Regione in un grande municipio, portando al governo regionale la classe dirigente del comune dove è stato sindaco, non ha per niente funzionato, e una spiegazione c’è: il regionalismo è il superamento del municipalismo, non la sua riproposizione.
Certo, la Campania era sicuramente, fra tutte le regioni italiane, la più povera di radici unitarie. Essa fu creata a tavolino. E in questo mezzo secolo non si sono costruite le condizioni perché al nome comune corrispondesse una visione e una strategia in grado di superare le sue irriducibili diversità. Indubbiamente il regionalismo è stato, ed è, più flebile laddove ci sono grandi città o laddove il sistema delle città medie è meno diffuso e policentrico. In secondo luogo il regionalismo è più in difficoltà nel Mezzogiorno, laddove esisteva un unico stato unitario e non preesistenti stati regionali. 
Nel Centro-Nord, infatti, non si erano formate entità statuali territorialmente consistenti prima della storia unitaria. La Padania non è mai esistita; il Mezzogiorno continentale rappresentava, invece, un’unica realtà sul piano storico, geografico e istituzionale da diversi secoli. 
Proprio perché il Mezzogiorno aveva assunto prima di altri la struttura, la forma e la configurazione di uno Stato unitario, il regionalismo ha incontrato più difficoltà ad affermarsi come dimensione identitaria per le popolazioni amministrate, cosa più semplice nel Centro-Nord dove nei secoli passati la percezione statuale era legata a territori più ristretti. Anche tale aspetto (naturalmente non da solo) ha condizionato in questi anni la vita stentata delle Regioni meridionali, spezzettando un territorio con una solida tradizione e una autorappresentazione sovra-regionale alle spalle. Indubbiamente, uno dei problemi più seri e più complicati della nostra mancata identità regionale è rappresentato da Napoli e dalla sua classe dirigente.
Città-mondo, capitale di un regno, guida del Mediterraneo, capitale del Mezzogiorno, Napoli ha stentato a definirsi e ad accettarsi come metropoli regionale, semplicemente capitale di una Regione. La dimensione regionale sta stretta al capoluogo, ma ciò non l’aiuta a trovarne un’altra, più degna, più realistica e più adatta ai tempi. Città sovraffollata all’interno di un ristretto spazio urbano, Napoli si è via via spostata verso le aree circostanti occupando quel territorio con le sue esigenze, colmandolo con i suoi problemi, devastandolo con i suoi bisogni. La verità è che la classe dirigente napoletana ha considerato il resto del territorio una appendice extra moenia a sua disposizione ogni qualvolta la sua piccola dimensione urbana non le permetteva di affrontare adeguatamente i grandi problemi che l’affliggono. L’area metropolitana è una conseguenza di tutto ciò, l’esempio più clamoroso in Italia di “distruzione urbana in tempo di pace”.
Napoli, insomma, è la croce e la delizia della nostra identità e del nostro regionalismo. 
La stessa vicenda dei rifiuti (e della difficoltà a trovare consenso sugli impianti necessari e sulla collocazione territoriale di essi) ci ha segnalato drammaticamente un diffuso malessere che si è sedimentato e accumulato nel tempo nell’assenza di un equilibrio tra la metropoli e il resto della Campania, e che è esploso patologicamente nel negare qualsiasi apporto locale alla soluzione di un problema di tutta la comunità regionale. Sui rifiuti c’è stata la più amara sconfitta del regionalismo.
Oltre alle responsabilità di Napoli e delle sue classi dirigenti, non vanno ignorate quelle delle altre parti della regione. La difficoltà del rapporto con la metropoli ha portato nel passato le classi dirigenti di Avellino, Benevento e Caserta a stabilire un rapporto privilegiato con la politica e il centralismo romani per accaparrarsi risorse. Mentre quella salernitana ha giocato la carta della contrapposizione permanente, chiamando alle armi contro il capoluogo, isolandosi in un provincialismo e in un municipalismo che si è dimostrato deleterio e inefficace quando si è dovuta misurare poi con il governo regionale. E così il nostro regionalismo non è stato altro, finora, che la somma della sufficienza con cui i napoletani guardavano al resto della Campania e della competizione presuntuosa dei non napoletani verso la città capoluogo. A quasi 50 dalla nascita della Regione non abbiamo fatto dei significativi passi avanti rispetto a questo gretto reciproco sguardo. Né si sono creati grandi servizi collettivi in grado di legittimare una nuova istituzione. L’asse politico e territoriale Salerno-Avellino degli ultimissimi anni non ha prodotto un nuovo regionalismo in grado di superare i limiti del napolicentrismo.
Chi si candida farebbe bene a ripartire da questi problemi e da questo (per ora) insuccesso della Regione Campania.
 

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