La favola di Pasquale: «Se dalla tragedia di Genova nasce il vero amore»

Andranno a vivere insieme al più presto, per adesso sono ancora ospiti del centro civico Buranello di Sampierdarena che ospita chi non ha più una casa. Il tempo di attrezzare la cucina, arredare il soggiorno e raccogliere tutto il necessario per sistemare anche il bagno e la camera da letto. Un appartamento piccolo ma grazioso, accogliente e luminoso, «praticamente perfetto per noi». Lui si chiama Pasquale Ranieri, 86 anni appena compiuti, napoletano di Capodimonte, ex carpentiere specializzato, vedovo da qualche mese. Lei è Graziella Pistorio, 83 anni, catanese di nascita, casalinga. Fino al giorno in cui è crollato il ponte Morandi, Pasquale e Graziella abitavano a due piani di distanza nel medesimo palazzo al civico numero nove di via Enrico Porro, tra i primi a essere sgomberato dopo il disastro del 14 agosto quando alle 11.36 sono crollati oltre duecento metri di carreggiata di quel viadotto sull'A10. Una amicizia antica, la loro, un rapporto tra vicini cordiale e sincero, ma sempre un po' formale, buongiorno e buonasera, talvolta quattro chiacchiere scambiate sul pianerottolo, raramente un caffè bevuto al bar a due passi da casa, ma niente di più. Fino al giorno in cui quel maledetto ponte non è venuto giù uccidendo 43 persone, svuotando 11 palazzi e mettendo in strada 255 famiglie, tra cui anche loro.

Signor Pasquale che cosa è successo?
«Mi sono innamorato, anzi: ci siamo innamorati. Abbiamo perso le nostre case, i ricordi, gli oggetti più cari: da un giorno all'altro nulla era più come prima, tutto quello che avevamo costruito in una vita intera era stato spazzato via dal crollo del ponte. A quel punto è bastato solo uno sguardo per capire che avevamo bisogno uno dell'altro».

Così avete deciso di andare a vivere insieme.
«Non è stato facile trovare la casa giusta, un po' di problemi ci sono stati ma alla fine ce l'abbiamo fatta. Ci trasferiremo al più presto. Ho dato pure un bell'anticipo, praticamente tutti i miei risparmi».

Da quanto tempo conosce la signora Graziella?
«Tanto. Da anni abitavamo nello stesso palazzo. Lei interno nove, io due piani più sotto. Quando ci siamo trovati fuori casa, abbiamo pensato che in due tutto sarebbe stato meno difficile. Stare insieme ci avrebbe fatto sentire più forti. E poi abbiamo gli stessi gusti, siamo perfettamente in sintonia, non litighiamo mai. Adesso devo starle particolarmente vicino: dal giorno della caduta del ponte ha perso quattro chili per il dolore e la tristezza. Il suo desiderio sarebbe quello di tornare nella vecchia casa almeno un'ora, giusto il tempo di prendere i suoi vestiti e qualche mobile».
 
Riuscirà a farlo?
«Lo abbiamo chiesto, ancora non sappiamo se sarà possibile. Ci hanno detto che ce lo faranno sapere. È una questione di sicurezza. In ogni caso noi continuiamo a sperare».

Da quanti anni vive a Genova?
«Dal 1962, ero giovanissimo».

Come mai si è trasferito lì?
«Per lavoro naturalmente. A Napoli ce n'è sempre stato poco, anche in quegli anni. Ero un carpentiere specializzato, mi chiamò una ditta genovese, sarei dovuto rimanere in Liguria non più di qualche mese, alla fine non me ne sono più andato. E non me ne pento».

Si è trovato bene.
«Molto. Il lavoro non mi è mai mancato e l'ho sempre fatto con passione, ho mantenuto la mia famiglia egregiamente, una moglie e una figlia alle quali non ho mai fatto mancare niente. Purtroppo anche mia figlia e il mio nipotino sono rimasti senza casa».

Ha lavorato tanto a Genova.
«Hai voglia. Anche sul Morandi. E il destino crudele ha voluto che quel ponte che ho contribuito a costruire mi abbia messo fuori casa portandomi via tutto quello che ero riuscito a mettere insieme con fatica».

Quindi era tra gli operai che hanno costruito il ponte di Genova?
«Sì, facevo parte della squadra di carpentieri specializzati. Mettevamo le guaine, penzolavamo nel vuoto per preparare le colate di cemento. Penso di essere l'unico tra gli sfollati che il ponte lo ha anche costruito. Ricordo ancora quando venne Saragat a inaugurarlo, fu una grande festa. Era il 4 settembre del 1967, non mi sembrava vero di avere di fronte il presidente della Repubblica».

Prima ha partecipato alla sua costruzione e poi ha deciso di andare ad abitare proprio lì sotto?
«È così. Vent'anni fa ho comprato casa. Soldi ce n'erano pochi e non potevo permettermi di andare altrove. Ma mai avrei pensato che sarebbe potuto accadere quello che invece è successo».

A Napoli ci torna mai?
«Certo, Napoli la porto sempre nel cuore. Tutta la mia famiglia vive a Capodimonte. Quando posso vengo giù a trovarla. Ho già detto a Graziella che appena ci saremo sistemati nella nuova casa, e saremo più sereni, un viaggio a Napoli lo faremo certamente. È una bellissima città dalla quale non sarei mai andato via se solo avessi avuto la possibilità di lavorare».

Non è mai riuscito a trovare lavoro qui a Napoli?
«Qualcosa sì, è chiaro. Ma in verità era anche il modo di vivere che non mi piaceva».

A che cosa si riferisce?
«A Napoli vige la legge del più forte, assurdo per me. Il mio desiderio è sempre stato quello di lavorare onestamente, senza fare la voce grossa e soprattutto senza prevaricare nessuno».

A Genova invece si vive meglio.
«Secondo me sì. Altrimenti non sarei rimasto qui tanti anni. La mia doveva essere una trasferta destinata a durare qualche mese, il tempo di guadagnare un po' di soldi e tornare a Napoli. Non me ne sono più andato e ancora oggi questa città continua a regalarmi belle cose. Mi ha tolto la casa ma mi ha regalato l'amore nel quale ormai non credevo più».

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