Incontro con Mario Draghi, tregua di Giuseppe Conte spacca il M5S. Fiducia al dl Aiuti, ma avanzate nove richieste

Incontro Draghi-Conte a Palazzo Chigi
 La tempesta, per ora, è rinviata. Di nuovo. Ma Giuseppe Conte non ha intenzione di stare alla finestra. «Ci aspettiamo risposte convincenti dal governo entro...

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 La tempesta, per ora, è rinviata. Di nuovo. Ma Giuseppe Conte non ha intenzione di stare alla finestra. «Ci aspettiamo risposte convincenti dal governo entro luglio sui temi che abbiamo posto», è il messaggio che il presidente M5S ha recapitato a Mario Draghi, durante l’incontro di ieri a Palazzo Chigi. «Chiediamo chiarezza. Basta ricatti, basta cambiali in bianco. Il futuro della nostra collaborazione – fa intendere al presidente del Consiglio – dipende dalle risposte che avremo non nei prossimi mesi, ma nei prossimi giorni». Anche perché, questo lo riconosce anche Conte, «la nostra base sta già con un piede fuori». 


Non strappa, l’ex premier. La linea che esce dalla convulsa giornata di colloqui dell’avvocato (prima il consiglio nazionale pentastellato, poi Palazzo Chigi, poi di nuovo i vertici del Movimento e infine l’assemblea di deputati e senatori) è quella di dire sì alla fiducia sul dl Aiuti, astenendosi però sul testo del provvedimento. Così almeno alla Camera. Mentre al Senato, dove il voto è unico, “prendere o lasciare”, «definiremo la nostra posizione», risponde sibillino Conte. Di fatto però si lascia intendere che la «responsabilità» garantita dal M5S non verrà meno. Almeno nelle intenzioni dei vertici. «Purché responsabilità non significhi che veniamo al corrente dei provvedimenti quando sono già scritti», la critica mossa all’esecutivo. «Serve discontinuità». 


LE DISTANZE
Mai come in questo passaggio, l’ex premier segna le distanze dal suo successore. Al quale consegna una lettera con nove punti: nove richieste del Movimento al governo, dalla difesa del reddito di cittadinanza (su cui «non possiamo più accettare attacchi pretestuosi e strumentali» dal resto della maggioranza) al salario minimo. E poi transizione ecologica, taglio del cuneo fiscale («un bonus da 200 euro una tantum non serve a niente», l’affondo), Superbonus.

 


È questo il nodo su cui i Cinquestelle avevano minacciato la rottura. Eppure il testo del dl Aiuti che torna oggi alla Camera, e che nei piani dell’esecutivo avrebbe già dovuto ricevere l’ok di Montecitorio due giorni fa, non è cambiato. Dentro c’è l’articolo sul termovalorizzatore di Roma, mentre mancano le modifiche sullo “sblocco” dei crediti incagliati del Superbonus. La promessa ottenuta dal governo, sul secondo punto, è che le richieste dei grillini saranno accolte in seguito, forse nel dl Semplificazioni. 


Ma l’opinione che prevale in Transatlantico è che si sia fatto tanto rumore per nulla. «Anche stavolta il Movimento esce dal governo la prossima volta», malignano i dimaiani. Seguiti da Lega e Forza Italia: «Conte ha fatto il solito teatrino e una figura barbina, visto che a parte consegnare a Draghi una lista della spesa non ha ottenuto nulla». 
Ma sul piede di guerra, a guardare i volti scuri in Transatlantico e i messaggi che per tutto il pomeriggio rimbalzano da una chat all’altra, sono anche molti dei Cinquestelle. Perché in parecchi tra i grillini, soprattutto al Senato (dove risiede l’ala più anti-draghiana del Movimento), speravano che l’incontro di ieri sarebbe stata l’occasione per segnare l’uscita dal governo. La vorrebbe la maggioranza degli eletti. «Non sarà facile, per Conte, far ingoiare ai suoi altri rospi», prevede un ex M5S passato con Luigi Di Maio. 


Ecco perché per tutto il giorno l’avvocato batte sulla linea dura. Pronto a prendersela anche col Pd, che minaccia di dire addio al Movimento se i grillini si sfileranno dal governo: «L’alleanza non è acquisita, va costruita sui temi», osserva l’avvocato. Dai dem, mette in chiaro, «non accettiamo diktat: serve lealtà». Anche perché «per ora – ragiona coi collaboratori nel suo ufficio di Campo Marzio – se dovessimo tracciare un bilancio sui provvedimenti che ci stanno a cuore il bicchiere non è mezzo pieno, ma totalmente vuoto». Restiamo, sì, è il messaggio: ma solo a certe condizioni. Conte lo ripete anche alla capogruppo al Senato Mariolina Castellone, convocata nel quartier generale per riferire sull’umore (nero, dicono i rumors) delle truppe a Palazzo Madama. Tutto fa pensare che nelle prossime settimane si continuerà a ballare. 


Anche perché le fibrillazioni non si avvistano solo nel M5S: Matteo Salvini ha convocato per oggi una riunione di deputati e senatori leghisti. «Il partito – fanno sapere dal Carroccio – è compatto sulla necessità di aumentare stipendi e pensioni: tolleranza zero rispetto a droga libera e cittadinanza facile agli immigrati». Archiviato un principio di crisi, per Draghi potrebbe presto aprirsene un altro. 

 

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su Il Mattino

 La tempesta, per ora, è rinviata. Di nuovo. Ma Giuseppe Conte non ha intenzione di stare alla finestra. «Ci aspettiamo risposte convincenti dal governo entro luglio sui temi che abbiamo posto», è il messaggio che il presidente M5S ha recapitato a Mario Draghi, durante l’incontro di ieri a Palazzo Chigi. «Chiediamo chiarezza. Basta ricatti, basta cambiali in bianco. Il futuro della nostra collaborazione – fa intendere al presidente del Consiglio – dipende dalle risposte che avremo non nei prossimi mesi, ma nei prossimi giorni». Anche perché, questo lo riconosce anche Conte, «la nostra base sta già con un piede fuori». 


Non strappa, l’ex premier. La linea che esce dalla convulsa giornata di colloqui dell’avvocato (prima il consiglio nazionale pentastellato, poi Palazzo Chigi, poi di nuovo i vertici del Movimento e infine l’assemblea di deputati e senatori) è quella di dire sì alla fiducia sul dl Aiuti, astenendosi però sul testo del provvedimento. Così almeno alla Camera. Mentre al Senato, dove il voto è unico, “prendere o lasciare”, «definiremo la nostra posizione», risponde sibillino Conte. Di fatto però si lascia intendere che la «responsabilità» garantita dal M5S non verrà meno. Almeno nelle intenzioni dei vertici. «Purché responsabilità non significhi che veniamo al corrente dei provvedimenti quando sono già scritti», la critica mossa all’esecutivo. «Serve discontinuità». 


LE DISTANZE
Mai come in questo passaggio, l’ex premier segna le distanze dal suo successore. Al quale consegna una lettera con nove punti: nove richieste del Movimento al governo, dalla difesa del reddito di cittadinanza (su cui «non possiamo più accettare attacchi pretestuosi e strumentali» dal resto della maggioranza) al salario minimo. E poi transizione ecologica, taglio del cuneo fiscale («un bonus da 200 euro una tantum non serve a niente», l’affondo), Superbonus.

 


È questo il nodo su cui i Cinquestelle avevano minacciato la rottura. Eppure il testo del dl Aiuti che torna oggi alla Camera, e che nei piani dell’esecutivo avrebbe già dovuto ricevere l’ok di Montecitorio due giorni fa, non è cambiato. Dentro c’è l’articolo sul termovalorizzatore di Roma, mentre mancano le modifiche sullo “sblocco” dei crediti incagliati del Superbonus. La promessa ottenuta dal governo, sul secondo punto, è che le richieste dei grillini saranno accolte in seguito, forse nel dl Semplificazioni. 


Ma l’opinione che prevale in Transatlantico è che si sia fatto tanto rumore per nulla. «Anche stavolta il Movimento esce dal governo la prossima volta», malignano i dimaiani. Seguiti da Lega e Forza Italia: «Conte ha fatto il solito teatrino e una figura barbina, visto che a parte consegnare a Draghi una lista della spesa non ha ottenuto nulla». 
Ma sul piede di guerra, a guardare i volti scuri in Transatlantico e i messaggi che per tutto il pomeriggio rimbalzano da una chat all’altra, sono anche molti dei Cinquestelle. Perché in parecchi tra i grillini, soprattutto al Senato (dove risiede l’ala più anti-draghiana del Movimento), speravano che l’incontro di ieri sarebbe stata l’occasione per segnare l’uscita dal governo. La vorrebbe la maggioranza degli eletti. «Non sarà facile, per Conte, far ingoiare ai suoi altri rospi», prevede un ex M5S passato con Luigi Di Maio. 


Ecco perché per tutto il giorno l’avvocato batte sulla linea dura. Pronto a prendersela anche col Pd, che minaccia di dire addio al Movimento se i grillini si sfileranno dal governo: «L’alleanza non è acquisita, va costruita sui temi», osserva l’avvocato. Dai dem, mette in chiaro, «non accettiamo diktat: serve lealtà». Anche perché «per ora – ragiona coi collaboratori nel suo ufficio di Campo Marzio – se dovessimo tracciare un bilancio sui provvedimenti che ci stanno a cuore il bicchiere non è mezzo pieno, ma totalmente vuoto». Restiamo, sì, è il messaggio: ma solo a certe condizioni. Conte lo ripete anche alla capogruppo al Senato Mariolina Castellone, convocata nel quartier generale per riferire sull’umore (nero, dicono i rumors) delle truppe a Palazzo Madama. Tutto fa pensare che nelle prossime settimane si continuerà a ballare. 


Anche perché le fibrillazioni non si avvistano solo nel M5S: Matteo Salvini ha convocato per oggi una riunione di deputati e senatori leghisti. «Il partito – fanno sapere dal Carroccio – è compatto sulla necessità di aumentare stipendi e pensioni: tolleranza zero rispetto a droga libera e cittadinanza facile agli immigrati». Archiviato un principio di crisi, per Draghi potrebbe presto aprirsene un altro. 

 

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