Depuratori ko e niente scogliere: il mare della Campania affoga nel degrado

Pamela e Vincenzo giocano nell'edificio abbandonato. Si rincorrono tra le lamiere contorte, le bottiglie di plastica, i frantumi di vetro affilati: intorno a loro il mare si...

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Pamela e Vincenzo giocano nell'edificio abbandonato. Si rincorrono tra le lamiere contorte, le bottiglie di plastica, i frantumi di vetro affilati: intorno a loro il mare si è mangiato un'intera frazione di Castel Volturno. La chiamano Bagnara ed è un pugno di case e di lidi balneari circondato dalle onde e dalla spazzatura. La malacqua divora, infanga e sommerge. Ha il sapore del mare e l'odore delle fogne: arriva dal fiume Volturno, dalla foce dei Regi Lagni, dalla piena dei depuratori e tutto travolge e tutto trasporta. Soprattutto i rifiuti. Il disastro ha mille volti e l'anima nera dell'incuria e della cattiva gestione.
 

A Bagnara, ma anche a Ischitella e Lago Patria le mareggiate hanno divorato case e lidi balneari trasformandoli in enormi cumuli di detriti e di rifiuti. Antonio De Luise era il proprietario dello stabilimento Bora Bora. Adesso guarda le macerie della sua ricchezza, raccoglie i materiali di risulta in grandi sacchi di plastica, e spiega: «Su questa spiaggia c'erano dieci strutture, il mare ne ha inghiottite tre: tutta colpa del frangiflutti che non c'è». E il presidente di Assobalneari Campania, Antonio Cècoro sostiene: «Da quattro anni giacciono inutilizzati presso la Regione Campania i fondi ministeriali destinati al completamento delle difese costiere, soltanto 400 o 500 metri di scogliera soffolta che avrebbe salvato l'attività di tante imprese e il lavoro di centinaia di addetti. Siamo indignati perché tutte le nostre sollecitazioni e le perizie inviate a Comune e Regione sono state ignorate, e le scogliere di difesa sono state addirittura oggetti di promesse elettorali, neanche quelle mantenute». Per difendere i propri associati l'Assobalneari Campania ha dato mandato al consulente legale, avvocato Luigi Roma, di perseguire in sede penale e civile il sindaco di Castel Volturno Dimitri Russo e il presidente della Regione Vincenzo De Luca per il mancato completamento delle opere di difesa della costa.
 
È dal Nolano, invece, che partono i Regi Lagni, un reticolo di fossati costruito dai Borbone che corre dalle falde del Vesuvio fino alle campagne del casertano, del beneventano e dell'avellinese attraversando novantanove comuni. Nel 1983 si decise di bonificare il sistema dei canali. L'appalto fu vinto da ditte vicine al clan de casalesi che prima rubarono il materiale da trasformare in cemento e poi riempirono gli alvei di spazzatura. Ma non furono solo i boss a inabissare l'immondizia e a sporcare gli argini. Piccoli imprenditori edili, proprietari di fabbriche fai da te, agricoltori e cittadini insofferenti delle regole hanno continuato lo scempio. E lo continuano ancora depositando gli avanzi di lavorazione lungo il tragitto dell'acqua che tutto travolge, tutto divora e tutto sputa in mare oppure, quando esonda, nelle campagne circostanti.

Fino ad agosto scorso alla foce dei Lagni gran parte dei rifiuti veniva ributtata tra le onde, poi è stata risistemata la griglia che ferma gli scarti di maggiori dimensioni e la situazione è migliorata. Almeno sulla carta. Basta farsi un giro a Castel Volturno, nei dintorni della barriera, per accorgersi che i rifiuti sono ancora dovunque: migliaia di bottiglie di plastica coprono il bagnasciuga tra lattine, accendini, sacchi ancora chiusi di immondizia, manichini, scarpe di ogni forma e misura. Sul tutto volteggiano i gabbiani: non pescano più, da tempo ormai cercano cibo nella melma. Molta immondizia è stata evidentemente abbandonata sul posto dalla schiera degli incivili: con il materiale di risulta dei lavori dei lavori edili si potrebbe costruire più di un fabbricato. Molta altra è stata trasportata dall'acqua che la ha poi abbandonata sugli argini dei canali ritirandosi dopo le piene provocate nelle scorse settimane dai temporali.

Negli anni scorsi per ripulire 33 chilometri di argini dei Regi Lagni sono stati assoldati i dipendenti della partecipata regionale Campania Ambiente. Il progetto è costato quasi dodici milioni ed è in fase di ultimazione: è stato sviluppato all'interno di un accordo di programma quadro che coinvolgeva tutti i 91 comuni della cosiddetta Terra dei Fuochi con una spesa complessiva di 48 milioni. I lavoratori dell'impresa che fa capo alla Regione raccolgono e selezionano i rifiuti, i Comuni dovrebbero smaltirli, ma non sempre hanno i soldi per farlo. Quindi i cumuli restano sugli argini e alla prima piena vengono restituiti ai corsi d'acqua. «La Regione è pronta a rendere la manutenzione ordinaria e permanente spiega l'amministratore di Campania Ambiente, Luca Esposito ed è pronta a varare un progetto che riguarderà il ripristino della funzione idraulica di tutto il reticolo idrogeografico con una spesa di 30 milion».

Ma non tutto arriva sugli arenili dai canali borbonici. La malacqua che insozza il litorale flegreo, ad esempio, corre lungo strade diverse, ma ugualmente luride. Spiega Ciro Di Francia, presidente del Co.As. (Coordinamento Associazioni Comprensorio Flegreo Giuglianese): «Gli scarichi a mare derivanti dal collettore borbonico, gestito dal Comune di Napoli e di proprietà della Regione, dall'Alveo dei Camaldoli che coinvolge i Comuni di Napoli Nord, dal canale di Quarto dal canale Abruzzese che raccolgono scarichi del territorio giuglianese, hanno provocato un vero disastro. Per questo abbiamo incontrato Daniela Villani, delegata al mare dall'amministrazione napoletana. Si è impegnata a sollecitare l'intervento di De Magistris quale sindaco metropolitano per un incontro con i primi cittadini di Napoli Nord. E su questi temi noi ci siamo già rivolti alla magistratura».

Sono gli undici enti che attualmente provvedono alla manutenzione della complessa rete di canali artificiali realizzata tra la fine dell'Ottocento e il Novecento per rendere coltivabili e abitabili i territori paludosi preda della malaria. I consorzi di bonifica hanno quasi quattrocento dipendenti che difficilmente riescono, però, a risolvere i problemi dei territori che dovrebbero custodire, anche perché nei canali che dovrebbero portare solo le acque bianche, a volte arrivano le fogne. Così le spese salgono alle stelle e i soldi non bastano mai. Un disastro. I consorzi sono enti di diritto pubblico i cui organi sono eletti dai contribuenti (cioè dai proprietari divisi in classi di contribuzione in base alla consistenza degli immobili di cui sono titolari) in pratica dagli agricoltori che beneficiano dell'attività dei Consorzi stessi. Spesso l'elezione degli organi (il meccanismo elettorale assai complicato perché bisogna di volta in volta accertare la consistenza delle proprietà da cui dipende la quota di voti assegnati a ciascuno) tarda e si creano dei vuoti di governo. Quindi interviene la Regione in veste di organismo vigilante e nomina dei commissari fino all'elezione dei nuovi organi. I guai, però, non finiscono mai: i contribuenti sono anche i finanziatori dei consorzi attraverso la tassa di bonifica, ma non sempre pagano e quindi spesso le casse restano vuote.

Quanto ai depuratori, da tempo sono nell'occhio del ciclone: in alcuni casi, lo ha sottolineato la magistratura, hanno funzionato talmente male da sporcare il mare più dei liquami stessi che avrebbero dovuto ripulire. Un paradosso. In Campania ci sono sedici impianti comprensoriali e almeno quindici piccoli impianti. Ciononostante, come risulta dalla relazione della commissione Ecomafie approvata il 28 febbraio, circa il 13 per cento dei comuni della regione Campania non è servito da alcun impianto di depurazione, o utilizza impianti solo parzialmente funzionanti. Il 22 per cento circa della popolazione residente totale, pari a circa 1,3 milioni di abitanti, non è servita dai depuratori. Risultato: le fogne scaricano a mare. E il mare, prima o poi, restituisce la sporcizia. Ma non solo: non tutti gli impianti funzionano bene. Dopo che i dischetti di depurazione (carrier) hanno invaso le coste di mezz'Italia, il depuratore di Capaccio-Paestum è stato sequestrato dalla Capitaneria di Porto di Salerno, su disposizione della Procura della Repubblica. Ma anche gli impianti affidati alla Sma (la società finita nel ciclone dell'inchiesta giornalistica di Fanpage e di due inchieste giudiziarie) godono di una salute piuttosto precaria. Scrive la commissione ecomafie: «Confrontando, in termini percentuali, il numero di accertamenti risultati conformi nel periodo 2003-2010, con quelli risultati conformi negli anni successivi, si può effettivamente affermare che rispetto alle drammatiche situazioni da cui scaturirono, tre le altre, le indagini che portarono nel 2010 al sequestro di tre dei cinque depuratori, la custodia giudiziaria e la gestione commissariale hanno sicuramente prodotto dei benefici in termini di efficienza ed affidabilità degli impianti, con particolare riferimento al depuratore di Cuma ed a quelli di Napoli Nord e Foce Regi Lagni. Ciò nondimeno, sussiste l'incapacità per questi impianti, in particolare per quelli di Foce Regi Lagni, Acerra, Marcianise e Napoli Nord, di rispettare i limiti imposti dalla legge per lo scarico in corpo idrico superficiale, rimanendo così assolutamente necessario realizzare in tempi brevi gli interventi di adeguamento strutturale previsti nel grande progetto Regi Lagni». Nei giorni scorsi il governatore De Luca ha annunciato un investimento di quasi mezzo miliardo di euro tra opere e gestione per rimettere in sesto le strutture e assicurare un mare trasparente entro l'estate del 2018. Tre mesi per riparare al disastro. Leggi l'articolo completo
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