Roberto De Simone, 85 anni di buone nuove compagnie

«Avete letto mai Roberto De Simone?/ Ha fatto un lungoviaggio nella tradizione./ E dice che in Italia col passar deglianni/ la musica peggiora, non si va più avanti»,cantava milioni di anni fa Edoardo Bennato con intento ironico. Mail maestro, probabilmente, confermerebbe anche oggi, un milione dianni dopo, che in Italia peggiora non solo la musica, non si vapiù avanti non solo in musica. E, forse, anche per questo hadeciso di festeggiare solitario oggi, con visita ammessa a pochi,fortunati amici, il suo ottantacinquesimo compleanno. Voceclamantis in deserto, De Simone è tra le sempre piùrare intelligenze scomode dell'ex Belpaese, un grillo parlanteinascoltato dai Pinocchi delle accademie e delle consorteriepolitiche di ogni fazione.

Nell'augurargli lunga vita, augurandoci tutti noi di potergodere ancora a lungo delle sue opere, a ricordare una delle suemille imprese è uscito Dietro ogni voce c'è unpersonaggio (Arcana, 138 pagine, 15 euro), libro in cui Anita Pesceracconta, come recita il sottolitolo «1967-1977. La NuovaCompagnia di Canto Popolare e il decennio di Roberto DeSimone». Musicologa, storica del disco, la studiosanapoletana ha collaborato recentemente con il maestro e quiracconta l'avventura centrale del folk revival italianoattraverso le sue parole e i materiali d'archivio fornitegli daGiovanni Mauriello. Nessuna intervista con la band, non con lostesso Mauriello, non con Eugenio Bennato, lo scomparso CarloD'Angiò, Peppe Barra, Fausta Vetere che oggi guida lastorica formazione che ha da poco celebrato il mezzo secolo: leloro voci, probabilmente, segnerebbero un diverso punto di vista.Alla Pesce importa, piuttosto, che De Simone compia «il primotentativo di coniugare la musicologia conl'etnomusicologia», superi sin dalle premesse le pastoiemilitanti che faranno sognare che la rivoluzione possa essereannunciata da una tamorra, frequenti le biblioteche insieme allefonti orali, rischiando l'accusa di essere borghese, se nonelitario. Conosca le avanguardie, ma anche i superstiti cantatoripopolari e le ultime feste da loro frequentate, lontane dalconsumismo delle notti delle tarante a venire. Per lui il cantopopolare è «espressione di un incontro/scontro trarazionale e irrazionale e dunque il manifestarsi di una crisi insenso demartiniano».

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