Boeri: «Sud, povertà al massimo storico. L'Inps pronto al reddito minimo»

Martedì 4 Agosto 2015 di Nando Santonastaso
A Tito Boeri, economista e presidente dell’Inps, c’è un dato tra i tanti diffusi giovedì scorso dalla Svimez a proposito del «disastro Mezzogiorno», che fa veramente paura. È quello della povertà. «Perché, vede, si può discutere di questo o quel piano infrastrutturale, della riapertura dei cantieri fermi e di tante altre cose: ma i dati sulla crescita della povertà al Sud sono molto più di un campanello d’allarme che peraltro l’Inps aveva già raccolto», dice. E aggiunge: «Il divario Nord-Sud in termini di povertà era già forte prima della grande recessione, parliamo di 24 punti percentuali. Nel 2014 è arrivato quasi ai 30 punti percentuali, nel Mezzogiorno il 40% delle persone è al di sotto della soglia di povertà contro il 13% del Nord Italia».



Ci si è assuefatti anche a questo dato, presidente? Sud zavorra vuol dire anche Sud da abbandonare al suo destino?

«Noi abbiamo lanciato l’allarme nel corso della relazione annuale presentata al Parlamento, sottolineando come la situazione al Sud fosse molto pesante. La Svimez ha fatto benissimo a mettere l’accento su questo punto perché dell’emergenza povertà, specie al Sud, si parla pochissimo. Anche in questi giorni, ad esempio, ho letto poco al riguardo nonostante i tanti interventi seguiti alla presentazione del rapporto dell’Associazione».

Si ritorna a parlare soprattutto di fondi strutturali, della possibilità di spenderli meglio rispetto al passato, di ministero per il Mezzogiorno...

«Esatto. Ma i fondi strutturali sono stati spesso utilizzati alimentando gruppi di potere locale e nutrendo la corruzione, con operazioni in molti casi di scarsissima efficacia sul fronte dello sviluppo e della crescita dell’occupazione che ci hanno lasciato in eredità burocrazie inamovibili. Di sicuro quei soldi non sono stati spesi per combattere in maniera diretta ed efficace la povertà».

Lei, come presidente Inps cosa propone su questo fronte?

«Noi partiamo dalla consapevolezza che questo problema è di gravità assoluta. L’Inps per contrastare la povertà ha proposto al governo di introdurre in Italia un sistema di reddito minimo garantito che abbiamo chiamato ”sostegno di inclusione attiva” per le persone che hanno più di 55 anni e per le loro famiglie. Siamo voluti partire da questo gruppo di età intanto perché volevamo restare nell’ambito delle competenze e delle possibilità dell’Istituto e poi perché la fascia al di sopra dei 55 anni ha registrato il maggiore incremento nell’incidenza della povertà».

Chi perde il lavoro a quest’età non lo trova più?

«Proprio così. Il rischio di scoraggiare queste persone nella ricerca di un lavoro, dunque, non si pone o si pone in modo del tutto irrilevante. C’è anche un messaggio culturale importante che deve essere dato, soprattutto al Sud: esistono amministrazioni dello Stato efficienti, come l’Inps, che sono in grado di affrontare il problema e alle quali ci si può rivolgere senza alcuna intermediazione e senza dover ricorrere al politico locale. Niente clientelismo, dunque. Il reddito minimo è un diritto di cui le persone possono godere cui corrispondono - è ovvio - una serie di doveri e su cui ci sarà un controllo stringente e costante da parte di un’amministrazione indipendente dal potere politico locale».

Avete fatto un po’ di calcoli? Quanto costerebbe questo sostegno?

«Non posso entrare nello specifico delle cifre per doveri di riservatezza ma posso dire che aiutando solo chi ha davvero bisogno si riesce a spendere poco. Nel formulare questa proposta si terrà conto dei livelli di reddito delle famiglie, si considereranno i loro patrimoni immobiliari e mobiliari e tutti i dati oggi in possesso delle amministrazioni pubbliche verranno utilizzati per controllare l’effettiva condizione di povertà dei potenziali beneficiari. L’Inps ad esempio lavora a stretto contatto con l’Agenzia delle entrate per interfacciare i dati disponibili».

Il reddito minimo così pensato non sembra avvicinarsi molto alla proposta dei 5Stelle che sul tema sono particolarmente attivi...

«Nelle audizioni che ho avuto alla Camera ho parlato anche delle proposte presentate dal movimento 5Stelle. Sicuramente anche le loro idee sottolineano la necessità di affrontare il nodo della povertà. Ma il Movimento ha elaborato proposte poco perché implicano trasferimenti a somma fissa e vanno a vantaggio anche di persone che non sono in condizioni di bisogno. E il cui costo, inoltre, raggiungerebbe i due punti di Pil. La nostra proposta costa molto meno perché serve a integrare il reddito solo per quel che è necessario a garantire agli individui una condizione di vita dignitosa. E perché aiuta solo chi è povero».

Non la preoccupa il fatto che analoghe iniziative in passato abbiano finito per raggiungere tutti tranne che i veri poveri?

«In nome della lotta alla povertà in Italia sono stati introdotti una selva di trasferimenti sociali che vanno a beneficio di tutti tranne che dei più poveri. Ci sono molte prestazioni assistenziali oggi appannaggio del 30% più ricco della popolazione. Su 100 euro di spesa sociale solo 3 euro vanno ai più poveri. Per questo c’è bisogno di un programma riservato a loro: la proposta che abbiamo formulato vuole raggiungere solo queste persone».

Non chiederete risorse allo Stato per attuare questo intervento?

«Assolutamente no. Non a caso abbiamo chiamato la nostra proposta ”chiavi in mano”: le risorse si possono trovare nell’ambito delle politiche oggi gestite dall’Inps e abbiamo la capacità di attuare i controlli, che sono indispensabili. Il governo dovrebbe rafforzare però la nostra capacità di sanzione e di intervento».



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Ultimo aggiornamento: 10:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA