Napoli. Baby esercito arrestato a Forcella, passanti feriti nei raid: «Visto? Le pistole funzionano»

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di Leandro Del Gaudio





Da queste parti puoi morire solo perché qualcuno deciso di provare la pistola o di allenare la mira. Puoi morire solo perché non offri una sigaretta o perché finisci in mezzo a uno di quei caroselli armati contro case e palazzi, portoni e saracinesche, dove abitano i nemici, quelli che devono essere cacciati via da Napoli. Puoi morire, o essere ferito gravemente, mentre cammini per i fatti tuoi e il tuo sacrificio serve a impedire un blitz della polizia, a distogliere l'attenzione, magari a stoppare sul nascere arresti e sequestri. Oltre mille e seicento pagine per ripercorrere la storia dell'ultima faida di camorra a Forcella, per riscrivere quanto avvenuto tra il 2013 e il 2015, con l'avvento di un nuovo gruppo di giovanissimi. Li chiamano «la paranza dei bimbi», sono nati tra il 1995 e il 1999, in alcuni casi non hanno compiuto neppure 18 anni. Sono i Giuliano di terza generazione, nati e cresciuti all'indomani del pentimento dei boss storcici di vico Zite, i fratelli Luigi (Lovegino), Salvatore ('o montone), Raffaele ('o zui), Guglielmo ('o stuorto) e il defunto Carmine ('o lione), solo per rinfrescare la memoria. Agiscono in pieno centro storico cittadino, secondo quanto emerge dalla misura cautelare firmata dal gip Dario Gallo. Due anni di indagine, sotto il coordinamento del capo del pool anticamorra Filippo Beatrice, per dare un senso a quella girandola di morti ammazzati, feriti, episodi di puro terrore metropolitano. Decisiva una cimice piazzata in una casa di via dei Carbonari, primo atto di una inchiesta che oggi decapita i vertici del sodalizio «Amirante-Brunetti-Giuliano-Sibillo». Sono loro - i bimbi, per dirla con lo sfogo di una donna puntualmente intercettato - a cacciare quelli dei Mazzarella-Del Prete, un tempo alleati storici dei Giuliano, reduci da una fusione dinastica dettata dal matrimonio tra Michele Mazzarella e Marianna, figlia di Luigi, antico re di Forcella. Inchiesta su quattro omicidi, almeno cinque tentati omicidi, ma anche sulla gestione di racket e droga in un pezzo di Napoli. Una scia di sangue lunga due anni, c'è un episodio che va raccontato per prima.



È il ferimento di un cittadino indiano, si chiama Sumon Mia, che viene colpito al torace senza un motivo. O meglio, grazie alla ricostruzione della Mobile del primo dirigente Fausto Lamparelli, una spiegazione c'è. E riguarda una delle accuse mosse a carico di Antonio Giuliano (classe 1988, figlio di Luigi e Carmela De Rosa, fratello dell'assassino di Annalisa Durante), e Cristiano Giuliano (classe 1993, figlio di Ciro e di Elena Bastone), che avrebbero colpito il cittadino indiano - è il 31 dicembre del 2013 - solo «per provare l'efficienza e la micidialità offensiva dell'arma in loro possesso». Sembra la peggiore fiction sulla Napoli dei camorristi e invece è un passaggio delle indagini condotte dai pm Francesco De Falco, Enrica Parascandolo e Henry John Woodcock e dal pm della Procura nazionale Maria Vittoria De Simone. E non è finita. Ci sono altri passaggi pulp, come la sorte toccata a Maurizio Lutricuso, il 10 febbraio del 2014, ucciso nel corso di una rissa all'esterno di una discoteca di Pozzuoli. Banale il motivo che ha spinto i killer a premere il grilletto, che avrebbero «punito» la vittima dopo avere detto no a una richiesta banale, quella di una sigaretta. È l'accusa mossa a carico di Vincenzo Costagliola, classe 1991, ma anche dei fratelli Pasquale ed Emanule Sibillo, rispettivamente del 1991 e del 1995, assieme a Salvatore Imparato, ancora minorenne all'epoca dell'agguato. Lutricuso viene ucciso perché aveva «malmenato in modo plateale Costagliola», si legge nell'ordine di cattura. Aveva osato rifiutare una sigaretta a quelli dei Giuliano.





Ma nella vita della «paranza dei bimbi» ci sono momenti in cui occorre improvvisare, magari per cogliere in contropiede gli uomini della Mobile ed evitare l'arresto dei capi. È la sorte toccata a uno sventurato cittadino, un passante, si chiama Pietro F. che viene ferito nei pressi di Forcella per creare allarme, per distogliere l'attenzione della polizia, per impedire il blitz in un terraneo. È il 29 giugno del 2013, quando la Mobile sta per sventare un summit, tanto da rendere necessario un colpo di testa: è così che si decide di ferire uno qualunque, un modo da far saltare il banco, per impedire arresti e denunce.



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Mercoledì 10 Giugno 2015, 09:23 - Ultimo aggiornamento: 10-06-2015 11:46
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