Supervulcano, scoperto un lago di magma tra Pozzuoli e Napoli

di Franco Mancusi

Sistemi sempre più perfetti per misurare la febbre del bradisismo flegreo. L’altalena perenne della terra ballerina al centro degli ultimi sondaggi della comunità scientifica internazionale. Un vero e proprio laghetto di magma si sarebbe formato in una profondità di tre chilometri nell’area epicentrale della Solfatara, senza peraltro provocare conseguenze allarmanti nell'attività fisiologica del fenomeno, ormai studiato dai vulcanologi di tutto il mondo.



Almeno trenta centimetri di sollevamento negli ultimi dieci anni, ma nessun segnale precursore di un possibile risveglio o di una crisi sismica. Per monitorare costantemente non soltanto il territorio flegreo, ma l'intera area vulcanica napoletana, negli ultimi tempi Cnr e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, d'intesa con i ricercatori dell'Osservatorio Vesuviano, hanno predisposto una rete sofisticata per tenere sotto controllo l'evoluzione del magma e percepire il minimo elemento di trasformazione dell'attività sismica. Attraverso un sistema capillare di satelliti e impianti Gps sarà possibile controllare da un capo all'altro il territorio a rischio. Facile prevedere l'importanza delle nuove tecniche per la prevenzione e la sicurezza di un bacino demografico ormai vastissimo (la nuova zona rossa dei Campi Flegrei comprende 750mila persone, penetrando sino al centro di Napoli). Lo studio consentirà di calcolare le modalità di risalita del magma nell'area epicentrale, rilevando deformazioni anche millimetriche della superficie terrestre.



Un meccanismo probabilmente comune ad altre caldere, quali Yellowstone negli Usa e Rabaul in Papua Nuova Guinea. La ricerca, pubblicata su Scientific Reports, fornisce nuovi sistemi di monitoraggio utili ad affrontare eventuali future crisi vulcaniche. I dati acquisiti dai satelliti e dai ricevitori Gps della rete di sensori presenti nell’area dei Campi Flegrei serviranno per monitorare le deformazioni della superficie terrestre e conoscere, in tempo reale, l’andamento del sollevamento del suolo all'interno della caldera. In campo i ricercatori dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea) e dell’Osservatorio vesuviano dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv-Ov). Secondo gli autori dello studio il magma del laghetto sotterraneo potrebbe raffreddarsi rapidamente, diminuendo le possibilità di un'eruzione.



A provocare l'altalena del suolo flegreo attraverso i millenni, d'altra parte, le ricerche degli studiosi hanno sempre indicato come causa l'immissione di fluidi idrotermali (acqua e gas) nelle rocce della caldera e non l'attività del magma. Negli ultimi 10 anni, come accennato, il suolo si è sollevato di quasi 30 centimetri, tanto che nel 2012, il Dipartimento della Protezione Civile ha innalzato dal verde (quiescenza) al giallo (attenzione) il livello di allerta per la sicurezza degli abitanti nei Campi Flegrei. Sul più recente episodio, tra il 2012 ed il 2013, il fenomeno sarebbe invece da attribuire alla risalita di magma a bassa profondità (circa 3 km) che si inietta nelle rocce del sottosuolo formando uno strato sottile, noto come sill ( cioè un corpo magmatico con sviluppo prevalentemente orizzontale).



Questo sill, misurato in un raggio di 2-3 km, forse era già presente nel sottosuolo durante le crisi bradisismiche degli scorsi decenni. Dopo una lunga fase di depressione successiva alla nascita di Monte Nuovo (Settembre 1538), come si sa, la terra ballerina flegrea riprese a sollevarsi, provocando l'emergenza del marzo '70 con lo sgombero del Rione Terra. Nei primi anni '80 la grande paura, un sollevamento di ben 180 centimetri e l'esodo di quarantamila puteolani dalle case del centro antico.
Martedì 18 Agosto 2015, 08:30




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