La doppia fuga di Lino, il fratello del babyboss ammazzato: dai killer e dalla polizia

Domenica 5 Luglio 2015 di Viviana Lanza
Emanuele Sibillo

NAPOLI - Dicono che si muove sempre in sella a una moto, modello T-max. In testa un casco con la visiera bianca. Magro e «con i baffetti alla Zorro» lo descrivono. «Ha il grilletto facile» ricorda un pentito. E se si esclude un affiliato “anziano” ci sarebbe lui tra «i più pericolosi del clan». È questo il ritratto di Pasquale Sibillo, detto Lino, attraverso le parole di ex affiliati passati a collaborare con la giustizia.

Classe 1991, fa parte dei giovanissimi con ambizioni da boss diventati protagonisti della nuova camorra di Forcella, quella violenta e spregiudicata, che di giorno si muove soltanto quando c’è da fare gradasso, seminare terrore, sparare in aria. «Lino Sibillo ha lo stesso rango del fratello Emanuele, il quale tuttavia è (era, ndr.) più rispettato per aver iniziato la guerra contro i Mazzarella» ricorda un pentito ai pm.

Fugge, Pasquale Sibillo, dal 9 giugno scorso e da qualche notte a questa parte fugge con una consapevolezza in più: qualcuno lo vuole morto, gli stessi che nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi hanno ucciso suo fratello Emanuele con un colpo alla schiena in via Oronzio Costa.

Scampò a un agguato due anni fa, Pasquale. In quell’occasione riuscì ad anticipare l’azione dei sicari che incrociò per strada, capì che stavano per prendere la mira su di lui prima ancora che estraessero la pistola ed ebbe un guizzo, lanciandosi in un’auto della polizia che passava di lì, e così fece salva la vita. Era il 7 maggio 2013. «Accadde di pomeriggio e Lino Sibillo per salvarsi si buttò in una macchina della polizia che stava passando in quel momento. So chi commise il fatto, li vidi partire a Forcella in direzione di San Biagio dei Librai, uno a bordo di un SH 300 nero, gli altri in sella a un Beverly 250 grigio».

Nella ricostruzione che fa il collaboratore c’è spazio anche per il racconto della rocambolesca dinamica: «Notarono la sua presenza, si avvicinarono ma lui li vide e si rifugiò nella macchina della polizia». A quel punto i sicari dovettero desistere. «Mi fu raccontato che, allontanitisi, ebbero una colluttazione a piazza Garibaldi dove incrociarono la polizia ma riuscirono a scappare».

Vivono così i giovani come lui. Sempre a guardarsi le spalle, sempre con un occhio a chi gli gira intorno perché è un attimo e si rischia di finire nel mirino. Nei pantaloni sempre una pistola. Le armi una passione e una necessità. Preferiscono quelle alla Al Capone. Lo si ascolta da alcune conversazioni intercettate dagli 007 dell’Antimafia che per mesi hanno tenuto i cellulari sotto controllo e una microspia in casa dei Giuliano jr. A parlare sono criminali ragazzini: «Le fuoriserie le teniamo solo noi...». «Cinquemila euro...diciamo famiglia Sibillo, “F”, “S”, dici...l’hanno fatta personalizzare...ho dato 2500». «Le botte?....Pigli di più». «Ci date mille euro in più “FS”». «Questa è la più malamente di tutte le pistole... la cromata con il manico di gomma». «Quello là secco e lungo....quello di Al Capone».

Nel linguaggio in codice che usano tra di loro le chiamano «le innamorate», cioè le fidanzate. Gli inquirenti ne hanno avuto conferma proprio indagando sull’attentato a Pasquale Sibillo che i babyboss intesero vendicare immediatamente. Mentre Pasquale, come si capisce dalle intercettazioni, si cambiava d’abito e si faceva tagliare i capelli per modificare il look e rendersi meno riconoscibile, il fratello più piccolo, Emanuele, all’epoca minorenne, gli spiegava: «Il compagno mio è andato a prendere la fidanzata fuori alla Marina vicino al mare....Hai capito? Ci dobbiamo andare a fare un giro con le fidanzate nostre».

Sullo sfondo il contrasto mai sanato con i Mazzarella e l’atteggiamento spavaldo da aspiranti boss che i giovanissimi del clan Amirante-Sibillo-Giuliano-Brunetti hanno assunto negli ultimi tempi per imporsi nella gestione del malaffare e nel controllo dei vicoli della casbah. Spavaldi e violenti. Pasquale Sibillo, oltre che di associazione, aggressioni e scorribande armate, è indagato anche per aver imposto il pizzo a una commerciante e di averle ordinato di lasciarle l’appartamento. «Mi devi dare 300 euro al mese per il negozio e devi lasciare immediatamente la casa entro 24 ore, altrimenti ti metto una bomba al negozio. E i documenti non te li voglio far vedere, la casa è mia» sarebbe stata la minaccia.

«I Sibillo a livello di sistema sono più importanti e temuti dei Giuliano - assicura un collaboratore di giustizia ai magistrati della Dda ricostruendo accordi e spartizioni di camorra - I Sibillo controllano le zone di San Biagio dei Librai, Largo Donna Regina fino a piazza Bellini». I soldi della droga e delle estorsioni, l’obiettivo da conquistare pr carezzare il sogno da boss. «Durante la guerra Emanuele Sibillo dormiva a casa di Toni Giuliano». Pasquale oggi potrebbe essere nascosto ovunque. Ma probabilmente non così lontano dal centro storico da escludere una vendetta.

Ultimo aggiornamento: 6 Luglio, 08:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA