Giallo sul 19enne ucciso. L'amico sospettato della morte su Fb: «Fratellino, mi manchi tanto»

Lunedì 10 Agosto 2015 di Francesca Raspavolo
TORRE DEL GRECO. «Fratellino mio, non ho parole per il dolore che mi porterò per sempre dentro. Mi mancano le nostre risate, mi manca tutto di te. Ti scrivo queste poche righe adesso, un’altra stella si è aggiunta al cielo. Riposa in pace, fratellino mio». Dopo aver sparato per sbaglio all’amico del cuore - versione ancora tutta da confermare - dopo essersi costituito e dopo aver affrontato la notte più lunga della sua vita, il ragazzo ha voluto ricordare a modo suo l’amico del cuore Pietro Spineto. In un post su Facebook pubblicato nel primo pomeriggio di ieri, il 15enne indagato per l’omicidio colposo di vico Bufale si è lasciato andare ad un sfogo. Poche parole e qualche emoticon. E tanti, tantissimi «mi piace».

Rimesso in libertà e riaffidato ai suoi genitori,



Salvatore si è così confessato per una seconda volta. Stavolta non ai poliziotti e ai pm che lo guardavano con sospetto, ma ai suoi amici virtuali. Per ricordare le avventure vissute col compagno del cuore, le risate, i loro passatempi di ragazzini cresciuti forse troppo in fretta, messi a dura prova dalla vita. E da un passato impossibile da dimenticare.



La famiglia del 15enne è l’eredità più pesante che il 15enne deve affrontare. Negli anni Novanta la nonna, affiliata al clan Falanga egemone nella zona, era considerata regina indiscussa del narcotraffico in città. Mentre il padre ancora oggi è un esponente di spicco della cosca di corso Umberto. Del suo pesante background lui non ne faceva mistero. Anzi. E aveva festeggiato sempre sui social il ritorno a casa del genitore dal carcere. «Per me sei tutto, non so come ho fatto a restare tutto questo tempo senza te ma ormai il peggio è passato. Ora voglio solo godermi quello che ho perso in questi anni, per me sei l’anima».



Un carattere da duro, da piccolo grande uomo che si è formato tra i vicoli, esibito con orgoglio e fierezza. Come nel tatuaggio che dal fianco destro corre fin sugli addominali, anche troppo scolpiti per la giovane età. L’inchiostro indelebile recita: «Sotto i colpi d’ascia della sorte il mio capo sanguina ma non si inchina». Una motto da vero duro, uno dei tantri mantra quotidiani: «Sono un diavolo con una faccia d’angelo». «La miglior scuola è la strada». E ancora: «L’anima è come la pistola, se la mostri devi usarla».



Con Pietro, compagno di scorribande conosciuto e frequentato per anni nel rione d’origine, il 15enne condivideva ogni passione. Prima tra tutte quella dei cavalli: appena poteva, Salvatore si rintanava nelle scuderie di vico Bufale, le vecchie stalle in muratura che sorgono nell’androne del palazzo del dramma, per accudire e dare da mangiare ai purosangue. O ai cani: pitbull tirati su allo scopo di diventare dei veri e propri mastini, stazza pesante, tutti muscoli e fasci di nervi. In qualche foto compaiono museruole, cinghie e collari dentati. «I miei piccoli leoni», li definiva il 15enne. Ne allenava il morso con corde o pneumatici. E fotografava ogni dettaglio di questo training crudele perché tutti gli amici virtuali potessero ammirare la forza dei suoi cani. Anche nel giorno della tragedia, Salvatore e Pietro erano andati a controllare i pitbull. Ma Pietro non è mai più tornato a casa.

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