L'ESEMPIO DI ELIO NELLA SCUOLA DELLE OCCUPAZIONI

Domenica 1 Dicembre 2013 di Alessandro Barbano
Uno dei nostri più affezionati lettori si chiama Elio Gomez, ha 71 anni, e non ce ne vorrà se, approfittando della conoscenza che abbiamo avuto modo di fare, raccontiamo qui un po’ della sua storia. Appartiene egli a una pattuglia di irriducibili censori del lessico giornalistico, i quali, approfittando del tempo libero che lo status di pensionati concede loro, fanno le pulci agli strafalcioni dei giornali e inviano, con la frequenza di una mitragliatrice, lettere che colpiscono al cuore.



Di più, in ossequio a un rigore sintattico che la prosa dei giorni nostri ha perduto, Gomez calca la sua matita rossa anche sugli editoriali del direttore e delle voci più rappresentative del Mattino, per ricordare loro che l’abitudine di iniziare un periodo con una subordinata relativa, introdotta da un «che» e orfana di una principale, resta un arbitrio, a dispetto di tutte le innovazioni linguistiche. Elio Gomez non è un accademico della crusca, ma un perito industriale elettrotecnico. Ha studiato l’italiano frequentando alla fine degli anni ’50 l’Istituto tecnico industriale «Alessandro Volta» di Napoli.



Per un quinquennio, ogni giorno tra le 8 e le 17, senza scioperi né occupazioni, ha imparato l’uso del torchio, del gruppo elettrogeno e, anche, della lingua. Poiché, come egli ama ricordare, la sua insegnante, Maria Ceriello, una che veniva dal liceo, aveva messo in chiaro le cose il primo giorno di lezione: «Anche se farete i falegnami, gli idraulici o gli elettricisti, dovete imparare a scrivere. Altrimenti vi boccio». E Gomez l’italiano lo ha imparato a dovere, insieme a molte altre abilità, se è vero che, terminata la scuola, ha trovato subito lavoro alla Società elettrica della Campania e qui poi avuto la sua parte nel miracolo economico degli anni Sessanta.



La sua storia racconta per contrasto il declino dell’Italia di oggi. Per comprenderlo a pieno bisogna tornare all’Istituto tecnico industriale «Alessandro Volta» di Napoli. Cinquant’anni dopo c’è una scuola occupata per una settimana da uno sparuto gruppo di studenti. La notte tra sabato scorso e domenica uno di loro telefona al preside per avvisarlo che quelli dei centri sociali stanno sfasciando tutto. Informati da una regia occulta, i teppisti mettono fuori uso le telecamere e spaccano i lucchetti che proteggono l’aula multimediale. Poi rubano computer, lavagne luminose e proiettore acquistati dalla scuola con 30mila euro di fondi europei. Di più, sfogano il loro disprezzo spaccando cattedre e banchi, imbrattando muri e avanzando tra le aule come un’orda barbarica.



Ma loro, gli studenti, giurano che non c’entrano. Loro volevano fare solo un’esperienza formativa. È vero, avevano la scuola in custodia di fatto, avendola occupata illegalmente. Ma perché mai dovrebbero rispondere dei danni commessi da altri? E perché mai dovrebbero farlo i genitori, che sì, se ne sono infischiati dall’inizio, oppure li hanno spalleggiati, ma certamente a fin di bene, convinti come sono che la crescita passi per la ribellione, perché così è accaduto quando loro erano giovani? E se pure ormai altrove le scuole non si occupano più, i padri e figli di questo Paese del disagio scattano sull’attenti all’appello della protesta. All’unisono.



Allo stesso modo con cui sono complici e pronti, al primo 4 in pagella, a cambiare istituto o a mettere sotto accusa quei pochi docenti severi che sono rimasti, e alla prima bocciatura a ricorrere al Tar per avere giustizia. Tutti insieme abitanti confusi di un’infanzia senza tempo, dove i ruoli si confondono.



Dove una coazione a ripetere ha trasformato il conflitto generazionale in un disco rotto, su cui la puntina della storia s’incanta e torna indietro.

Ma se non pagano i figli, e non pagano i padri, perché mai dovrebbero pagare i docenti, gli educatori, quelli che sono pronti a dire, come la preside di un liceo occupato a Napoli, che «il problema è politico, perché ai ragazzi non piace la didattica frontale»? Giuseppe Montesano sul Mattino, con parole di amara ironia, ha suggerito di far parlare i docenti di lato, o piuttosto con le spalle alla classe, come i preti rispetto ai fedeli nel rito della messa tridentina.



Noi ci limitiamo a mostrare quanto diversa era la gioventù del perito elettrotecnico Elio Gomez, che ci racconta di essersi recato a piangere di gratitudine sulla tomba della sua severa insegnante, come fece Leopardi su quella del Tasso.

Il suo orgoglio d’altri tempi ha la forza della semplicità. Racconta una scuola e una società fondate su categorie univoche, come il merito, il dovere e la responsabilità, forse inadatte a spiegare la complessità dei giorni nostri. Però ci sfida a interrogarci con umiltà, e senza timore di cedere alla nostalgia o al passatismo, se non abbiamo più di qualcosa da recuperare da esempi come questo.
Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre, 15:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA