Anastacia in concerto a Napoli: «Malattia e divorzio? La musica vince tutto»

Sabato 15 Agosto 2015 di Andrea Spinelli

Eccessiva, debordante, kitsch, Anastacia s’era fatta tatuare sulla schiena un paio di robuste ali da rapace per volarsene via dalle avversità. Ma una carriera tanto fortunata professionalmente quanto complicata nel privato, segnata da malattie e menage sbagliati, ha finito col trasformare le difficoltà nella sua forza e concerti come quello che il 28 agosto la deposita sul palco napoletano del Palapartenope in momenti d’orgoglio da condividere con la sua «Fanily», personalissima crasi tra «fan» e «family».

Questo «Resurrection tour» partito lo scorso ottobre dall’Ancienne Belgique Hall di Bruxelles è infatti il primo dopo l’intervento di mastectomia totale subita dalla diva di «Stupid little things», all’anagrafe Anastacia Lyn Newkirk, un anno e mezzo fa, con cicatrici che tuttavia non sono riuscite ad ammansire la pantera del rhythm’n’blues ingabbiata dentro quel fisico da pin up.

D’altronde non c’erano riusciti, da bambina, il morbo di Crohn, la tachicardia sopraventricolare, e nemmeno, dieci anni fa, la mastoplastica riduttiva al seno sinistro a cui l’aveva condannata un altro carcinoma.

«Quando hai il cancro non bastano un bel vestito e un po’ di make-up per farti stare bene con te stessa; la bellezza te la devi sentire dentro» assicura lei, 46 anni, che non a caso ha voluto intitolare la sua ultima fatica formato cd «Resurrection»: «Ma per me nessun problema, perché mi sento favolosa tanto come donna che come interprete. Tra i solchi di quest’ultimo lavoro ho messo tanto le ansie della malattia che i languori per il divorzio da mio marito, ma soprattutto la voglia di farcela a prendere in mano la vita e tornare ad alzare lo sguardo».

Già, ma non l’infastidisce che spesso le questioni personali prevalgano su quelle artistiche?

«No, tutt’altro. Sono felice di rispondere tanto alle domande sulla mia salute che sulla mia musica. Penso che sia importante parlare di cancro, anzi utile. E poi, dopo aver dovuto annullare in passato alcuni concerti per le mie condizioni di salute, sono felicissima di trasmettere il mio ottimismo e la mia energia con questo tour».

C’è una canzone che reputa un po’ il suo inno?

«Finiamo il set con ”I’m outta love” e la gente è così entusiasta da farmi pensare che sia proprio quello il mio inno». Dopo sei album le sue canzoni sono ancora «sprock», un mix di soul, pop e rock? «Quello che volevo da ”Resurrection” era proprio una sterzata che mi riportasse alle sonorità ”sprock” dei primi dischi. Le mie radici sono rock, a metà concerto arrivano i pezzi ”It’s a man’s world”».

Ramazzotti dice che «I belong to you» è stato uno dei suoi più bei duetti. E lo stesso dice Kekko Silvestre di «Lifeline – Luce per sempre». Con quali altri cantanti italiani le piacerebbe mischiare le carte?

«Mi sarebbe piaciuto tanto farlo con Pino Daniele, le sue canzoni sono magiche. La passione che i cantanti italiani mettono nella loro musica è unico». Quindici concerti in un anno in Italia sono molti più che in qualsiasi altro paese. Perché? «Da circa dieci anni non organizzavo di qua dalle Alpi un tour degno di questo nome e volevo dare alla mia ”Fanily” italiana gli spettacoli che merita: mi ha aspettato per così tanto tempo».

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Ultimo aggiornamento: 10:33