Marco Salvatore: «La ricerca salverà il mondo ma dobbiamo fare squadra»

Sabato 20 Giugno 2015 di Maria Chiara Aulisio
Al fato ormai non ci crede quasi più nessuno. Eppure, Marco Salvatore, laurea in medicina, tre diverse specializzazioni e una predisposizione familiare per il lavoro, lo studio e la ricerca, si definisce un «uomo fortunato».



In un caso, il professore, ha certamente ragione: se, e quando, la buona sorte si identifica con la straordinaria capacità di individuare il momento ideale per compiere le scelte più giuste perseguendole con tenacia, caparbietà e assoluta determinazione. In questo senso sì, è vero, Marco Salvatore è un uomo molto fortunato. D’altronde che il destino fosse smaccatamente dalla sua parte il prof lo aveva ben capito quando, nel 1989, dopo aver percorso tutti i gradi di carriera incluso quello di primario, assunse l’incarico di direttore scientifico dell’Istituto Pascale che, al suo arrivo, in termini di ricerca (e non solo) sfiorava valori quasi pari allo zero senza alcun presupposto anche solo per immaginare di risalire la china.



Che fortuna diventare direttore in quella situazione.

«Non fu facile, devo ammetterlo. Oltre al vuoto scientifico trovai anche una situazione logistica complessa: enormi locali vuoti, casermoni inutilizzati da almeno un decennio, lavori importanti iniziati e mai ultimati. Un disastro, insomma».



Si mise al lavoro.

«Subito, ma non da solo».



Con chi?

«Con un gruppo di giovani ricercatori che mi affiancò in questa avventura, alcuni di loro oggi rappresentano un punto di riferimento, dal punto di vista clinico e della ricerca, a livello internazionale. In pochi mesi creammo il primo servizio pubblico di Medicina nucleare e avviammo un processo di modernizzazione che culminò nell’apertura di un day hospital».



Una rivoluzione.

«Soprattutto sul fronte delle attrezzature. Trasformammo il Pascale in un centro all’avanguardia per la diagnostica radiologica, la medicina nucleare e la radioterapia. La prima Pet in Italia, quella per il cervello, arrivò lì. Alla fine del mio mandato, nel ’95, l’istituto era passato da zero, o quasi, a 380 in termini di impact factor, il più utilizzato indicatore di qualità della ricerca. In generale, già a quel tempo, la mia capacità principale è stata quella di intuire con lungimiranza, impegno, studio (e la fortuna già citata) le innovazioni tecnologiche e sociali che avrebbero poi caratterizzato il mio settore».



Grande soddisfazione. Ma il danaro per fare tutto questo dove andava a prenderlo?

«Bella domanda».



Risponda.

«In giro».



Dove?

«Bussavo a tutte le porte, dai ministeri alla Regione. Alla fine qualcuno apriva sempre. Poi partecipavo ai progetti europei, soprattutto al Policlinico tante cose sono riuscito a farle grazie a quei finanziamenti».



Parliamo appunto del Policlinico.

«Era il 1995. Diventai primario di Medicina nucleare e, cinque anni dopo, direttore del Dipartimento di diagnostica per immagini dell’Università Federico II, dove, già dal 1985, avevo ricoperto il ruolo di professore ordinario».



Anche qui tutto da rifare?

«Riorganizzai completamente le attività del Dipartimento e acquistai attrezzature diagnostiche ad alta tecnologia. Dalla Pet, alla Tac, all’archivio elettronico che realizzai di sana pianta. Il nostro gruppo di diagnostica per immagini diventò leader in Europa e ancora oggi rappresenta un centro di eccellenza, soprattutto come qualità della ricerca».



Quanti ricercatori sono passati alla sua scuola?

«Tanti. Devo dire che ho sempre incontrato giovani molto validi che hanno contribuito alla buona riuscita dei miei progetti. Il gruppo che si formò al Pascale mi seguì anche al Policlinico, ragazzi in gamba e preparati».



Il maestro era buono.

«Non dico di no. Ma certamente non poteva bastare per quel che io avevo in mente di fare».



In che senso?

«La ricerca è materia complessa, non si può crescere rimanendo nello stesso posto. I miei ricercatori li ho sempre mandati all’estero, almeno tre anni, a studiare e fare esperienza nelle più grandi istituzioni americane e europee».



Cervelli in fuga, insomma.

«Proprio no. Il mio obiettivo è stato, ed è, quello di specializzarli al top e riportarli a casa. Tranne un paio che sono rimasti a vivere fuori, gli altri sono sempre tornati portandosi dietro un enorme bagaglio di esperienza, innovazione e solidi rapporti con il meglio che il mondo della scienza e della ricerca mondiale potesse offrire. Ricordate: la rete è fondamentale».



La rete?

«Quello che ho imparato in tanti anni di lavoro è che da soli si può fare poco o nulla. Per raggiungere gli obiettivi c’è bisogno di condividerli e perseguirli con gli altri. In una parola: ci vuole la squadra. La mia fortuna, se così si può dire, è stata quella di avere una serie di collaboratori eccellenti che, da parte mia, ho coltivato e valorizzato».



Un esempio.

«Sempre nell’ottica del potenziamento delle attività interdisciplinari ho promosso la fusione del Centro di studio di medicina nucleare con quello di Biocristallografia con l’istituzione dell’Istituto di Biostrutture e Bioimmagini del Cnr nel 2002. Non solo».



C’è dell’altro?

«In ambito nazionale, per fare un altro esempio, l’iniziativa didattica e culturale più nota è stata l’organizzazione del Programma Explora».



Explora?

«“La Tv delle Scienze” con i giornalisti Luciano Onder e Aldo Bruno. Explora ha coinvolto 600 scienziati e ricercatori con 150 dibattiti, 150 produzioni, 50 laboratori di ricerca, 40 eventi. Il tutto in 312 puntate e 2000 ore di offerte in replica».



Bel successo.

«Direi di sì. Basti pensare che con il nostro gruppo di ricerca abbiamo messo in rete centinaia di professori ordinari, dirigenti di ricerca del Cnr, professori associati, ricercatori universitari».



I classici cervelloni.

«Diciamo pure profili professionali molto alti: fisici, ingegneri, chimici, biologi... D’altronde nella mia carriera ho sempre privilegiato l’attività di formazione professionale e didattica. Una passione di famiglia, la nostra».



A chi si riferisce?

«Ai miei due fratelli, Gaetano “Nino” e Franco, entrambi studiosi e ricercatori. Nino, che ci manca sempre tanto, è stato uno scienziato talmente apprezzato che l’Accademia dei Lincei gli ha dedicato un premio internazionale. Forse non dovrei dirlo io, era mio fratello, ma è la verità: Nino aveva un’intelligenza superiore. I suoi ragazzi ancora lo ricordano. Li seguiva perfino durante l’Erasmus, per alcuni è stato più di un padre».



A proposito di padre, il suo?

«Medico anche lui, pugliese di Accadia, un luogo che portiamo nel cuore».



Accadia?

«Un paesino in provincia di Foggia, oggi uno dei borghi più belli della Puglia. Ce la stiamo mettendo tutta per valorizzarlo e restituirgli la giusta dignità. Abbiamo istituito anche delle borse di studio per dare la possibilità ai ragazzi più meritevoli di frequentare l’università».



Torniamo a suo padre.

«Era un ragazzo del ’99, il mio papà, così come chiamarono i nati nel primo quadrimestre del 1899, coscritti negli elenchi di leva ancor prima di diventare maggiorenni per essere inviati al fronte. Medaglia al merito nella battaglia sul Piave contro l’esercito astro-ungarico, tornò con la medicina nella testa. Una vocazione che poi è diventata storia di famiglia».



Già, perché anche suo fratello Franco è medico.

«Grande passione per la ricerca e per la formazione dei giovani. Da oltre trent’anni, Franco, è alla guida del Ceinge, il centro internazionale di Ingegneria genetica».



Il Sabato delle Idee è un’altra sua iniziativa?

«Sì, è nata sette anni fa insieme al Suor Orsola Benincasa e oggi lega dieci istituzioni culturali e scientifiche».



Praticamente un pensatoio.

«Chiamiamolo pure così, ma qui la cultura rappresenta la base propulsiva per idee nuove e concrete in grado di generare quella progettualità operativa che è sempre mancata a Napoli e nel Mezzogiorno e che è invece conditio sine qua non per l’effettiva crescita economica del territorio. Anche in questo caso è una questione di rete. Quando metti insieme le persone viene fuori sempre qualcosa. È nato così anche l’Istituto Sdn di Diagnostica e Nucleare».



Un centro di eccellenza.

«Devo ringraziare mia moglie Hilde che se n’è sempre occupata con passione. Quando è nato l’istituto, nel 1976, era una piccola struttura al piano terra del palazzo dove abito. In pochi anni, con il suo lavoro, si è trasformato in uno dei migliori centri di Diagnostica per immagini a livello europeo. Con oltre 200 dipendenti e più di 50 ricercatori, è diventato il primo Irccs italiano, Istituto di Ricovero e Cura a carattere scientifico, in ambito diagnostico».



La moglie all’Sdn. E i suoi tre figli?

«Le due ragazze sono ricercatrici, mio figlio invece ha scelto l’economia. Anche se, alla fine, pure il suo lavoro è basato soprattutto sull’analisi e la ricerca. Che dire? È una questione di dna». Ultimo aggiornamento: 15:30