Commercio, è fuga da Avellino:
nel centro sfitto un negozio su sette

Domenica 10 Febbraio 2019 di Antonello Plati
Continuano ad abbassarsi le serrande a Corso Vittorio Emanuele. E sono pochissimi i negozianti avellinesi che ancora resistono. Conseguenza diretta della crisi del commercio ed effetto collaterale dei fitti schizzati alle stelle. Attualmente un locale su 7 è in cerca di un gestore: infatti, tra l'incrocio con viale Italia e via De Conciliis e quello con Piazza Libertà, dei 116 complessivi 16 sono vuoti.

Quelli in attività sono quasi tutti piccoli imprenditori del Napoletano o del Salernitano. Va anche peggio in via Matteotti - 24 locali in totale dove, in media, ogni 4 vetrine si legge «qui si fitta» - e nel tratto di viale Italia che va dalla Chiesa di San Ciro all'inizio della Ztl - ben 10 locali con le luci spente. Corso Europa, diventata la nuova strada del commercio, questa sì a trazione irpina, ha comunque una decina di buchi. «Mai vista una cosa simile», dice Luigi Chiusano, responsabile dell'agenzia immobiliare «Tecnocasa» di Corso Vittorio Emanuele. «Seguo il mercato da 24 anni e il centro di Avellino non ha mai registrato una flessione come quella di questo momento».
 
Le cause? «Quella principale spiega Chiusano è il prezzo che i proprietari pretendono per il fitto. Le richieste vanno dai 30 ai 40 euro al metro quadrato che significa pagare fino a 4mila euro al mese per un spazio di 100 metri quadrati». Cifre che pochi sono disposti a spendere. «E anche fuori mercato osserva l'agente immobiliare se si considera che a Caserta, Napoli o Salerno il costo mensile di un locale della stessa metratura è pari o inferiore a quello di Avelllino. Lì, però, ci sono concrete possibilità di coprire la spesa».

Il Corso, dunque, non era mai stato così vuoto. «La crisi del mercato immobiliare sia quello delle vendite sia quello degli affitti è iniziata nel 2007 e solo due anni fa abbiamo registrato un trend positivo che è nuovamente precipitato nel 2018». E quello appena iniziato potrebbe essere l'«annus horribilis».

Come conferma Chiusano: «Le previsioni non sono buone. Nel 2019 potrebbero chiudere altre attività commerciali del Corso: gli incassi, a quanto pare, non servono nemmeno pagare le bollette».

La soluzione? «È quella che molti propongono ai proprietari: una riduzione cospicua del prezzo degli affitti». Sulla questione interviene anche il vicepresidente di Confcommercio Avellino, Giulio De Angelis: «Il Corso è morto, ma anche il resto della città non se la passa troppo bene», dice il rappresentante di categoria. «Come associazione prosegue abbiamo sempre cercato di fare la nostra parte. Se in passato ci siamo spesso scontrati contro un muro eretto dalle istituzioni, adesso non abbiamo nemmeno un interlocutore». Quello che manca e che è sempre mancato secondo De Angelis è una «governance condivisa». Ovvero, «un'assunzione di responsabilità che coinvolga tutti gli attori in campo: dal sindaco agli assessori, dalle associazioni di categoria agli esercenti nel tentativo di recepire le istanze di cittadini e clienti». Troppo spesso deluse. «Ad Avellino osserva il vicepresidente di Confcommercio - i consumi sono calati in maniera impressionante perché non si stimola la gente a stare in strada. Di conseguenza i negozi anziché aprire chiudono».

Allora, bisognerebbe allargare il bacino. «Dobbiamo guardare alla cosiddetta area vasta, cercando di portare nel capoluogo i residenti di Mercogliano, Atripalda e Monteforte. E realizzare uno scambio con questi comuni proponendo un ragionamento di insieme». Prima di farlo c'è bisogno di lavorare. «In città, non ci sono servizi: il trasporto pubblico locale è insufficiente, in centro ci sono pochi parcheggi e solo per fare un altro esempio al Corso non ci sono nemmeno i bagni pubblici». Eppure si poteva intervenire prima: «Come Confcommercio conclude De Angelis abbiamo sempre sostenuto la necessità di attivare le Zone franche urbane che avrebbero favorito il commercio così come i centri commerciali naturali: nessuno, però, ci ha dato retta». © RIPRODUZIONE RISERVATA