Coronavirus, la veterinaria campana:
«Cautela anche con gli animali»

Martedì 24 Marzo 2020 di Giovanbattista La Rosa
«Si combatte tra noia e solitudine, ma grazie al lavoro proviamo ad andare avanti, rinunciamo a qualcosa ora sperando di superare rapidamente questo momento». A parlare è Paola Petruzzo, veterinaria di Avellino, che per ragioni lavorative si ritrova in Veneto. Attualmente vive a Rovigo lontana dal focolaio di Vò, da Venezia e Treviso dove il Coronavirus ha colpito di più. Non cambia però la sostanza, perché le regole sono da rispettare ovunque e la quarantena forzata c'è anche a Rovigo, dove gli abitanti hanno mostrato un buon senso di educazione civica. Qualche runner in giro per le strade si è sempre visto, ma non è stato certo causa del virus. Il modo di vivere di quest'area del veneto ha permesso un numero ridotto di contagi. «Qui ci sono meno modi per avere contatti con la gente rispetto al sud e con questo caos si tende a stare abbastanza alla larga gli uni dagli altri spiega la veterinaria All'inizio c'è stato un grande rispetto per le ordinanze, il sindaco di Rovigo ha poi anticipato un po' tutti chiudendo tutti gli esercizi».

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Il Coronavirus ha ridotto molte attività lavorative, tra queste ci sono anche i veterinari, che comunque sono esposti al contatto con la clientela come spiega Paola. «Il lavoro è calato almeno del 70%, ora le visite sono poche e si lavora soltanto per le urgenze. Molti di noi hanno la partita Iva e dunque il guadagno potrebbe essere ridotto, qualora il titolare della clinica decidesse di ridurre gli orari». Un timore che tocca molti lavoratori, anche quelli del settore sanitario. Nelle strutture veterinarie, così come altrove, in questo momento la sicurezza per i dipendenti viene prima di ogni altra cosa. «Siamo riforniti di materiale protettivo spiega la dottoressa Petruzzo abbiamo le famose maschere FFP3, che abbiamo utilizzato in passato per le chemio ai cani, poi ci sono le chirurgiche, gel, guanti e ci hanno anche fornito delle mascherine per proteggerci gli occhi».

Il rapporto con la clientela vuole essere più filtrato, alla reception è stato messo un vetro in plexiglass e generalmente si richiede di lasciare gli animali. «Siamo medici e queste misure di igiene le prendiamo abitualmente, specialmente per tutelarci da malattie infettive». Il Coronavirus che oggi affligge l'umanità non è stato il primo che affrontano i veterinari, abituati a vedere la trasmissione di malattie tra gatto e uomo e cane ed uomo, per tale ragione la categoria dei veterinari sa muoversi meglio in queste situazioni. Il problema è che il Covid19' è un virus che si è modificato. «La gravità è dettata dal causare questa polmonite interstiziale, che finisce con l'alterare i tessuti. Il polmone non riesce a cambiare l'ossigeno, le cellule finiscono per essere modificate e la malattia diventa così molto più aggressiva».

Paola racconta anche la storia di un collega trasferitosi in Cina ben prima dello scoppio dell'epidemia, che ha vissuto l'esperienza all'epicentro della malattia dove tutto ha avuto inizio. «Si è fatto 2 mesi e mezzo di quarantena ed usciva soltanto per andare a lavoro. La differenza riscontrata è stata certamente nei controlli, lì sono stati molto più rigidi. Sotto ogni palazzo c'era una persona che controllava i movimenti degli inquilini, al quale tutti dovevano dare spiegazione degli spostamenti». Probabilmente un controllo esagerato, ma utile per combattere questa guerra contro un nemico oscuro, che non mostra punti deboli. Per Paola come tanti immigrati c'è il desiderio di tornare a casa. Oggi i divieti le impongono di restare a Rovigo. «Fino a poco fa tornavo a casa ogni due mesi, stavo per rientrare a fine febbraio, ma purtroppo attorno al 21 dello scorso mese c'è stato il primo caso ed il diffondersi dell'epidemia. Adesso non so quando scenderò nella mia città, la situazione è lunga ed immagino gli spostamenti saranno limitati». © RIPRODUZIONE RISERVATA