Clan Partenio 2.0, nove arrestati
trasferiti in nove carceri diverse

Giovedì 14 Novembre 2019 di Gianni Colucci

Nove carceri diverse per nove dei principali indagati dell'inchiesta Clan Partenio 2.0. Sono stati trasferiti nelle carceri di tutta Italia: Tolmezzo, Agrigento, in Sardegna, a Genova, Bologna, Ancona, Ascoli Piceno. Un tour della Penisola in particolare per Gaetano Aufiero che segue diverse delle persone coinvolte, a cominciare da Pasquale e Nicola Galdieri.

Dei 23 che nell'inchiesta sul clan Partenio rischiano il 41 bis, il magistrato ha disposto destinazioni diverse dal carcere di Avellino anche per tenere sotto controllo un ipotetico, ma sempre possibile, flusso di informazioni verso l'esterno che poteva partire ancora dalle celle.

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Le scoperte di telefonini che nelle ultime settimane sono state fatte proprio a Bellizzi Irpino dalla polizia penitenziaria, hanno rafforzato l'ipotesi che esistesse una qualche permeabilità. Destinare a carceri di diverse regioni d'Italia gli uomini del clan può mettere argine anche ad altri contatti con le persone appartenenti alle rispettive famiglie. Esse infatti potrebbero, in via del tutto ipotetica, diventare veicoli attraverso cui trasferire disposizioni ai gestori del business del clan.

Usura ed estorsioni (ci sono settimane in cui al capo clan arrivavano 115mila euro in contanti da coloro che raccoglievano il pizzo), sono i principali filoni di approvvigionamento del gruppo criminale.
Tutti soldi reimpiegati sia per rafforzare il sistema di controllo del territorio, ad esempio acquistando armi, sia per sostenere - in una mutualità tipica del sistema criminale, secondo gli inquirenti - gli affiliati e le loro famiglie quando alcuni di loro incappavano in un periodo di carcerazione.
 

 

C'è un livello su cui si sta ancora indagando in questa fase e riguarda il rapporto con il mondo dello spaccio: quale accordo ci fosse con altri gruppi criminali della Campania o di altre regioni (ad esempio la Calabria) è un dato tutto da indagare. Ci sono casi nell'ultimo anno di indagini su spacciatori che operavano in rapporto ai clan calabresi della piana di Gioia Tauro procuratore della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri e dell'aggiunto Vincenzo Luberto. Risale al luglio scorso il maxi blitz contro le organizzazioni delle famiglie Procopio-Mongiardo e le potenti cosche Gallace di Guardavalle e Nirta-Strangio di San Luca che gestivano il sistema di compravendita di cocaina, marijuana e hashish e che rifornivano anche un'irpina finita indagata.

Come è tutto da costruire in una logica di sistema il rapporto tra le famiglia Galdieri e il gruppo Forte -Aprile Al rapporto di «collaborazione» (come testimoniato da vari episodi di intimidazione e diversi pestaggi) è andato poi via via sostituendosi un clima di conflittualità se non di vera e propria concorrenza.
Così si sono verificati screzi, indotti dal sospetto reciproco. La presenza di un terzo gruppo facente capo a Damiano Genovese, che ha fatto da mediatore, secondo gli inquirenti, in diverse operazioni tra Aprile-Forte e Galdieri, ha poi complicato ulteriormente il quadro.

I lucrosi affari consentirono ai Galdieri di guardare alle aste come ad un canale dove reimpiegare il denaro dell'usura e delle estorsioni, ad esempio. Gli affari legati alle ristrutturazioni di immobili venduti all'asta e la percentuale sulle transazioni a cui i Galdieri collaboravano, non bastavano più. Gli impiegati del tribunale avevano un ruolo consapevole in questa gestione? È il tema sul quale si stanno concentrando gli investigatori.

 

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