Terremoto in Irpinia, il paese che visse
tre volte con la condanna al distanziamento

Domenica 27 Settembre 2020 di Marco Ciriello

Antonella Petrozzino è nata l'anno dopo il terremoto, quell'anno che «nun se po scurdà» come cantava Pino Daniele, e lei non ha memoria del sisma, solo delle conseguenze. Concepita in roulotte, ha passato i primi dieci anni in container, poi nel 1992 ha visto una casa vera. Porta dentro il suo tempo la distanza dall'evento, la crescita, la ricostruzione e il nuovo modo di vivere e abitare. Conza Nuova ha un distanziamento sociale nella sua struttura urbanistica, le regole antisisma sembrano passare alle case quelle che oggi tocca rispettare per le persone. Le case stanno alla giusta distanza, nessuna crollerebbe sull'altra come accadde nella Conza Vecchia, le strade sono larghe, e anche se si fa fatica a trovare un punto centrale come accade anche a Gibellina hanno sottratto la contiguità sociale in funzione di un allargamento degli spazi con una conquista di benessere.

Ieri come oggi l'isolamento come salvezza, per poi ricucire un po' alla volta, ricostruendo e ricostruendosi. Antonella racconta il suo malessere per mesi, patito nel passaggio dal container alla casa vera, e a una scuola enorme che la vedeva perduta. Il disorientamento che pativa era normale anche se le appariva inspiegabile. Oggi, da progettista sociale, sa spiegarselo, e può guardare a quella costruzione di sé e del paese senza inciampi. «Conza diventa il mio paese solo negli anni Duemila, dieci-dodici anni dopo l'insediamento, attraverso una lunga riscrittura degli spazi, con la costruzione dei ricordi, la conoscenza fisica di ogni posto, ci devi stare ferma e avere delle cose da ricordare, solo così ti appropri di un posto. Non è stato facile, anche perché quella che chiamiamo la Conza Prefabbricata (poi superata per i problemi idrogeologici in vista dell'insediamento abitativo ultimo) aveva una socialità enorme, ognuno poteva mettere la testa nella storia degli altri, una bambina ancora di più. E poi avevi diviso il dolore della perdita. Invece, nella Conza Nuova tutto era lontano non solo chilometricamente le persone, le case, e le cose».

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L'antropologa, irpina, Marina Brancato, che da anni studia, scrive e si occupa dell'elaborazione del dolore e del lutto e anche il ricollocamento nello spazio dei sopravvissuti ai traumi, paragona l'esodo degli abitanti di Conza «ai Bororo studiati dall'antropologo Lévi Strauss che, in seguito all'evangelizzazione dei missionari avevano finito per perdere la propria cultura e la propria terra in un trasloco che aveva cambiato l'organizzazione spaziale del loro villaggio mettendo in crisi il rapporto fondamentale tra spazio, rappresentazioni simboliche e pratiche sociali. Perdite irreparabili di memorie e di habitus». Ed è curioso che i terreni sui quali è nato il nuovo paese erano quelli coltivati a grano, e quindi sono stati un altro sacrificio, in pratica il terremoto ha ingoiato la civiltà contadina due volte: prima nella memoria cambiandone gli spazi, con le nuove case e il nuovo paese e dopo anche nella terra vera e propria, e il risultato è un altro paese, lontano, che ha un quartiere canadese con case di mattoni rosse, e il resto con villette e giardini, dove architetti e ingegneri si sono sbizzarriti a importare stili. «All'inizio non c'erano ricordi da assimilare, non avevano nulla da spartire con i luoghi simbolo, non c'erano nemmeno alberi o erano stati appena piantati quindi non c'era ombra, era un paese tutto da scrivere. Sono stati anni d'ambientamento, senza che nessuno ci dicesse niente».
 

 

Oggi Conza Nuova ha raggiunto un equilibrio tra la memoria che sta a poca distanza e il nuovo che guadagna confidenza. La piazza è vuota, la villa comunale anche, con lo stagno svuotato, ma non perché non vissuti, perché il paese come buona parte di quegli irpini è altrove. Lontano. Forse meno della Vecchia Conza, e con possibilità di ritorno, ma sempre allontanato dal terremoto. Forse sarebbe successo lo stesso, ma con più lentezza, meno morte, meno dolore. Nel passaggio dalla collina alla pianura, dalle pietre al cemento armato, dalla contiguità e dall'esiguità al distanziamento e all'allargamento, c'è una nuova civiltà, più egoista, ma anche più impaurita, offesa, poco disposta a cedere il dolore vissuto agli altri. «Poi il calcio, la squadra è servita moltissimo per ritrovare il senso della comunità, l'appartenenza, come sono servite le associazioni, ci hanno ricucito intorno all'essere paese, e le feste religiose», mi dice Antonella che, combattiva, respinge ogni critica. Ora ha un paese e non lo lascia. Un paese che ha quasi la sua età e che ha contribuito ad allacciare, costruire, tenere. Un paese nel quale si riconosce, anche perché l'altro è quello dei ricordi dei suoi genitori, dei suoi nonni, non il suo, è avvolto dalle parole, è una fotografia, e anche se è l'origine di tutto, non è il suo tutto. Lei ha un'altra storia, lei è la vita che avanza, senza dimenticare il passato, ma nemmeno facendosi angosciare. Antonella è la Conza Nuova, quella che ha barcollato senza terremoto, perché ha dovuto imparare di nuovo a misurare tutto.

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