Benevento, la doppia partita
​del Pd: elezioni e congresso

Martedì 5 Ottobre 2021 di Paolo Bocchino
Benevento, la doppia partita del Pd: elezioni e congresso

Una finale, dentro o fuori. Per il Pd la sfida di Palazzo Mosti ha un peso specifico tra i più elevati. Tante le poste in gioco nella stessa partita. La guida del Comune capoluogo di provincia, certo, anche se attraverso una nomination che non proviene dall'interno delle mura federative.

Ma spingere Luigi Diego Perifano alla vittoria nei confronti del sindaco uscente (e degli altri due competitor) è stato per certi versi un importantissimo corollario di un duello ancor più cruciale nei confronti degli antagonisti interni schierati a sostegno della rielezione mastelliana. Mettere grande distanza tra le insegne ufficiali del Pd e lo stemma «apocrifo» di Essere democratici era la madre di tutte le competizioni in gioco. La pirotecnica decapitazione del gruppo dirigente per via giudiziaria (l'arresto del segretario provinciale Carmine Valentino, ai domiciliari per vicende legate alla sua attività di ex sindaco di Sant'Agata de' Goti), a otto giorni dal voto sembrava aver inferto il colpo di grazia alla Federazione sannita. Ma la prossimità dell'appuntamento elettorale ha finito per rivelarsi un assist alla dirigenza locale: tutti i big che avevano preannunciato l'arrivo sono puntualmente approdati in città. E non si sono limitati alla presenza d'ufficio: dal ministro del Lavoro Andrea Orlando alla capogruppo alla Camera Debora Serracchiani, gli attestati di vicinanza al partito, oltre che al candidato, sono arrivati senza se e senza ma.

«Il partito è qui, dov'è il simbolo» hanno messo in chiaro gli esponenti del gotha nazionale democrat, nelle stesse ore in cui si registrava l'endorsement altrettanto inequivocabile del vicegovernatore regionale Fulvio Bonavitacola a Del Vecchio, De Pierro e Lepore. Inevitabilmente più asettica la posizione espressa dal neodesignato commissario provinciale del partito Enrico Borghi, che ha comunque posto in cima alle priorità la vittoria del tandem Pd-Perifano. La bufera lampo seguita ai domiciliari di Valentino e la parata dei pezzi pesanti delle rispettive artiglierie non hanno dunque spostato di un centimetro le posizioni in campo.

Il responso delle urne fornisce gli elementi necessari a spezzare l'impasse, anche se una ricucitura dei rapporti appare improbabile. L'ala di minoranza interna diserta ormai da mesi gli organismi di partito. Emblematiche le assenze registrate nelle Assemblee provinciali di giugno e agosto, puntualmente contestate nella loro regolarità ma mai presenziate, fosse anche per esprimere la contrarietà più netta alla condotta del gruppo dirigente. Si è andati avanti a colpi di carta bollata, certo non il miglior viatico per un'ipotetica ricomposizione che pure Borghi ha annunciato di voler esperire subito dopo la tornata elettorale.

«Incontrerò tutti i segretari di circolo e ascolterò le diverse posizioni» ha anticipato il commissario al suo esordio in città. Borghi che finora è parso comunque molto incline a non intralciare l'attività messa in campo dalla dirigenza uscente per la riconquista di Palazzo Mosti. Malgrado la terzietà di rito, appare evidente come anche il funzionario inviato nel Sannio da Enrico Letta risponda alla logica correntizia interna che premia l'area guidata in provincia dall'unico deputato locale Umberto Del Basso De Caro. Ma è altrettanto palese che tutto è legato al risultato delle Comunali.

Il conto alla rovescia per la stagione congressuale che dovrà dare un nuovo gruppo dirigente al Pd sannita è già partito. L'appuntamento dovrebbe svolgersi entro il 7 dicembre, chiusura della seconda e ultima finestra indicata dai vertici nazionali. Un tempo ristretto che costringerà al tour de force per la celebrazione delle assise comunali e l'istruttoria procedurale, con la fondamentale costituzione della commissione congressuale di garanzia. I nomi caldi per la nuova leadership sono quelli noti di Antonella Pepe e Giovanni Cacciano. Senza poter escludere sorprese. La certezza è rappresentata da Giovanni Zarro, uomo d'esperienza nella nouvelle vague di corso Garibaldi, fresco di elezione alla presidenza.

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