Talpa in Procura a Benevento,
soldi in cambio delle «soffiate»

Martedì 2 Aprile 2019 di Enrico Marra
Giuseppe Pavone, 54 anni, da qualche mese era tornato in servizio al Palazzo di Giustizia in via De Caro, al quinto piano presso la cancelleria della sezione civile. Un cambio di mansioni rispetto alle precedenti svolte presso la Procura della Repubblica, dove era stato indagato per aver fornito informazioni riservate su chi era destinatario d'indagini. Prima dell'arresto era in attesa dell'udienza del 9 maggio davanti al Gup Loredana Camerlengo, nel processo che lo vede imputato insieme ad altre 36 persone, nell'ambito del processo per irregolarità nei centri di accoglienza per migranti. Una imputazione, la sua, per una presunta truffa (alcune assenze dal posto di lavoro). Da ieri mattina è tornato agli arresti domiciliari. Questa volta il provvedimento è stato disposto dalla Procura di Napoli, che è competente per questo reato relativo all'accesso abusivo ai sistemi informatici, e poi emesso dal Gip Saverio Vertuccio.
 
Pavone, quale dipendente del Ministero della Giustizia, all'epoca dei fatti (era il 2016), in servizio presso il Registro generale della Procura della Repubblica era abilitato e aveva nella sua disponibilità le credenziali di accesso al sistema informatico in dotazione all'ufficio giudiziario. In questo modo si introduceva nel sistema informatico della Procura, al fine di effettuare ricerche su vari procedimenti penali, visualizzando il nominativo degli indagati, i titoli di reato e i magistrati che stavano conducendo le indagini. Tutte le informazioni che venivano fornite agli interessati erano coperte dal segreto. Le indagini hanno utilizzato intercettazioni telefoniche, ambientali con apparecchiature che erano collocate anche nel suo ufficio nel momento in cui sono sorti i primi sospetti, ma anche immagini ricavate da telecamere che hanno registrato la presenza di alcune delle persone che beneficiavano delle informazioni. Ci sono anche delle relazioni di agenti Digos e della polizia giudiziaria che avevano avuto modo di incontrare alcuni indagati già al corrente delle indagini riservate in corso sul proprio conto. Pavone, come ricostruito, aveva utilizzato le sue credenziali per seguire, passo passo, anche il procedimento penale nel quale risultava indagato. Le indagini hanno inoltre evidenziato che l'indagato svolgeva queste sue mansioni anche facendosi consegnare modeste somme di denaro. Indagini condotte anche su un altro paio di persone, per ora non raggiunte da provvedimenti.

I primi sospetti avevano fatto scattare degli accertamenti della Procura beneventana, retta da Aldo Policastro. In particolare le indagini erano state svolte dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo, dal sostituto procuratore Patrizia Filomena Rosa e dal reparto operativo dei carabinieri con il colonnello Alfredo Zerella. Il gip Vertuccio, nel provvedimento posto alla base dell'ordinanza, fa riferimento alla personalità dell'indagato «desumibile dalla spregiudicatezza con cui disattende i doveri imposti dalla funzione che svolge, strumentalizzando i poteri connessi all'abilitazione ad accedere ai sistemi informatici per fini che non sono quelli connessi al suo ufficio. Sussiste il pericolo che commetta gravi delitti delle stessa specie» ed ha aggiunto che «l'attualità del pericolo di recidiva è ampiamente desumibile dal carattere sistematico della pratica di diffondere notizie secretate al di fuori delle procedure». Inoltre il Gip ha anche tenuto presente di un altro pericolo: «la facilità di Pavone a relazionarsi con esponenti del mondo forense e giudiziario attraverso i quali potrebbe raggiungere le finalità». L'indagato sarà ascoltato nelle prossime ore dal gip, assistito dal suo legale Luca Guerra.
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