Pedofilo ucciso, il giallo dei complici
Indagini sui presunti fiancheggiatori

Sabato 29 Dicembre 2018 di Gianluca Brignola
BENEVENTO. I primi due arresti ieri. Prima svolta per il delitto di Giuseppe Matarazzo, il pastore di Frasso Telesino ucciso con due colpi di pistola all'esterno della sua abitazione la sera del 19 luglio, a distanza di un mese dal ritorno in libertà dopo aver scontato una pena di 11 anni e 6 mesi per abusi su una minorenne, poi suicida. A finire in manette Giuseppe Massaro, 55 anni, di Sant'Agata de' Goti, e Generoso Nasta, 30 anni, di San Felice a Cancello (Caserta), già noti alle forze dell'ordine. Gli arresti sono il frutto di un'intensa attività investigativa, coordinata dalla Procura di Benevento e condotta dai carabinieri del comando provinciale di Benevento e dalla compagnia di Cerreto Sannita, che ha permesso di ricostruire la dinamica del delitto e di acquisire gravi indizi di colpevolezza a carico di Nasta e Massaro. A seguito dell'analisi dei traffici veicolari in zona e dei tabulati telefonici i militari, come reso noto dal procuratore Aldo Policastro e dal comandante provinciale Alessandro Puel, hanno accertato che l'auto in uso a Massaro, dotata di dispositivo Gps e a bordo della quale viaggiavano con targa occultata gli esecutori materiali del delitto, era presente la sera del 19 luglio sulla scena del crimine. Circostanza confermata anche da una testimone che avrebbe riconosciuto Nasta alla guida. L'auto sarebbe poi stata parcheggiata presso l'abitazione di Massaro. Un omicidio premeditato e su commissione per il quale erano già stati compiuti diversi sopralluoghi. I militari hanno trovato in possesso di Massaro una pistola 357 magnum detenuta legalmente e utilizzata con tutta probabilità dal killer ancora senza nome ma per il quale, nelle prossime ore, gli investigatori proveranno a chiudere il cerchio.

LE INDAGINI
Resta infatti aperta la pista del mandante, non essendo stato possibile appurare collegamenti tra Massaro, Nasta e la vittima. «Tiene banco l'ipotesi della vendetta» per un'azione commissionata da terzi come confermato dal procuratore. In corso anche indagini di carattere patrimoniale per verificare se i due siano stati pagati. Resta indagato quale presunto mandante Lucio Iorillo, il padre delle due minorenni vittime degli abusi per cui era stato condannato Matarazzo, sempre professatosi innocente. Iorillo il 13 agosto fu arrestato e liberato dopo poche ore con l'accusa di alterazione e detenzione di armi clandestine, nel corso di un'attività di indagine estranea ai fatti del 19 luglio. Un incrocio di destini e di storie separate da una manciata di metri, la distanza che separa le proprietà dei Matarazzo e degli Iorillo.

LA STORIA
Dieci anni di doppie tragedie, rabbia e rancori che hanno avuto come scenario via Bocca. Una trama dai contorni mai fin troppo nitidi che ha preso le mosse da quel terribile 6 gennaio del 2008 quando il corpo di Michela Iorillo fu ritrovato senza vita vicino alla sua abitazione. L'annuncio di una morte cercata da una 15enne, appesa a un albero con una corda di nylon, e le ragioni di quell'insano gesto volontario affidate a una lettera indirizzata a Matarazzo, allora 35enne. Giuseppe aveva avuto una relazione con Cristina, la sorella maggiore di Michela mentre con quest'ultima, nel corso di tutto il dibattimento, ha sempre sostenuto di aver coltivato un «rapporto d'affetto platonico». Gli Iorillo non hanno mai smesso di considerare Matarazzo responsabile della morte della ragazza anche se era stato assolto per il reato di istigazione al suicidio. I risentimenti non si sono mai smorzati. I Matarazzo hanno continuato a credere nell'innocenza di Giuseppe. Teresa, la sorella, ha provato a cercare una strada per chiedere la revisione del processo. Una convinzione andata sempre in contrasto con le ferite mai rimarginate della famiglia Iorillo che ha subito rimarcato l'estraneità al delitto. © RIPRODUZIONE RISERVATA