Pontelandolfo e Casalduni, 160 anni fa
il massacro: il ricordo dei Neoborbonici

Sabato 14 Agosto 2021 di Antonio Folle
Pontelandolfo e Casalduni, 160 anni fa il massacro: il ricordo dei Neoborbonici

Il rumore del passo cadenzato dei soldati, gli strepiti e i nitriti dei cavalli, il tintinnio delle sciabole e delle baionette inastate. Poi le grida, il rumore delle porte sfondate col calcio del fucile, l'odore acre del sangue e degli incendi appiccati, le campane a martello e le urla strazianti dei fucilati e di quelli che tentavano disperatamente di uscire dalle case a cui era stato appiccato il fuoco. Centosessant'anni fa i cittadini di Pontelandolfo e di Casalduni furono svegliati dalla feroce rappresaglia compiuta dagli uomini del colonnello Pier Eleonoro Negri che avevano ricevuto l'ordine dal generale Cialdini, all'epoca governatore delle province meridionali, di non lasciare pietra su pietra dei due centri abitati del Sannio. La colpa dei cittadini di Pontelandolfo e di Casalduni fu quella di trovarsi al centro di uno scontro armato tra una banda di briganti - come venivano definiti all'epoca quanti si battevano per la restaurazione del Regno delle Due Sicilie - e un reparto composto da quaranta uomini dell'esercito piemontese, da poco diventato italiano, completamente distrutto. 

E i 500 uomini comandati da Negri eseguirono alla lettera gli ordini di Cialdini, anzi, andarono oltre. Nonostante l'ordine di risparmiare donne e bambini, i bersaglieri non diedero quartiere a nessuno. Molte le donne violentate e i bambini trucidati dalla furia dei bersaglieri. Persino i parroci non furono risparmiati dalla ferocia delle truppe scatenate. 

Il racconto di quel terribile quattordici agosto 1861 non arriva da qualche arrabbiato scrittore di parte borbonica, ma direttamente da uno dei testimoni oculari di quei fatti scellerati. Carlo Margolfo, uno dei cinquecento soldati della spedizione punitiva, nelle sue memorie raccontò con dovizia di particolari le atrocità commesse nei due piccoli centri abitati.

Se i cittadini di Casalduni furono più "fortunati" - la maggior parte riuscì a mettersi in salvo prima dell'arrivo dei soldati - a Pontelandolfo ebbero decisamente la peggio, sorpresi nel sonno e praticamente impossibilitati a fuggire. Ancora oggi gli storici dibattono sull'effettivo numero di vittime tra i civili: secondo la storiografia ufficiale le vittime furono meno di quindici. Molti di più secondo i resoconti di parte borbonica, che parlano di diverse centinaia di morti. E le stesse lettere inviate alle famiglie dai soldati, che parlano della rappresaglia esercitata sulla popolazione, lascerebbero presupporre che di un gran numero di vittime si siano perse definitivamente le tracce. Difficile, infatti, pensare che in un centro di 4500 abitanti - tanti ne contava all'epoca Pontelandolfo - colpito dalla furia violenta di 500 soldati inferociti dalla morte dei loro compagni si siano registrate "solo" 14 vittime. E gran parte nel "mancato conteggio" delle vittime potrebbe averla anche la distruzione dei registri parrocchiali finiti tra le fiamme degli incendi appiccati dalla soldataglia.

«Quello che oggi sorprende - afferma Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico - è che nonostante lo Stato Italiano abbia presentato ufficialmente le sue scuse per quei tragici avvenimenti, l'eccidio di Pontelandolfo e di Casalduni continui ad essere al centro di dibattiti e di polemiche a causa di una piccolissima parte della storiografia ufficiale che si ostina a parlare di poche vittime tra i civili. Bisogna sottolineare - continua - che anche un solo morto innocente sarebbe una vergogna per la storia di un paese. Pontelandolfo e Casalduni meritano di essere ricordate per quello che hanno sofferto e perchè oggi rappresentano un punto di partenza per quanti vogliono riscrivere la storia senza alcun intento di restaurare la monarchia dei Borbone, ma per rendere giustizia a tante persone che persero la vita senza avere alcuna colpa in quel processo storico derubricato col nome di Brigantaggio. Oggi noi ricordiamo Pontelandolfo e Casalduni, ma ci sarebbe ancora tanto da ricordare - continua ancora De Crescenzo - basti pensare agli eccidi commessi a Bronte, ad Auletta o, un esempio tra tutti, alla strage di palermitani durante la rivolta del Sette e Mezzo. Tutti fatti che dimostrano la violenza come sistema di governo applicata alle popolazioni meridionali che non volevano sottomettersi ad un regno straniero arrivato ad usurpare i diritti di un popolo che viveva pacificamente e che è stato trattato da colonia».

In effetti i metodi imposti dal Governo Italiano - famosa la relazione presentata dal parlamentare lombardo Giuseppe Ferrari proprio a causa delle violenze sistematiche compiute nel Mezzogiorno - ebbero tutte le connotazioni di una conquista coloniale. La violenza esercitata dai militari piemontesi e dai mercenari ungheresi nelle città e nelle campagne del sud furono replicate 83 anni dopo dai soldati coloniali marocchini - i tristemente noti Goumiers - che ricevettero libertà di saccheggio e di preda dal generale francese Alphonse Juin come ricompensa per aver sgominato la linea di difesa tedesca nella valle del Liri. Una tragedia immortalata nei racconti dei superstiti e nel celeberrimo "La Ciociara" interpretato da Sophia Loren.

«Lo Stato Italiano - scrisse Antonio Gramsci nel 1920 sull'Ordine Nuovo - è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti». 

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