Corrado Castiglione

Qual è il segreto del caminetto?

di Corrado Castiglione
Io dico che filosoficamente sono sempre stato contro l’idea del consenso. Nessuna decisione giusta è mai stata presa all’unanimità 
(David Fincher, regista statunitense)


L’immagine di calore riecheggia incontri e conversazioni informali tra uomini politici. In tempi recenti è stata utilizzata in modo dispregiativo nell’ambito del Pd come sinonimo di inciucio in riferimento a decisioni prese da élite ristrette: non a caso durante la sua segreteria Matteo Renzi ha del tutto bandito i caminetti come luogo di incontro dei capi corrente, non disdegnando però di farsi promotore di adunate del Giglio magico. D’altronde, all’uscita di scena di Renzi, il reggente Maurizio Martina ha subito ripristinato la consuetudine: naturalmente senza il Giglio magico.

Nell’accezione dispregiativa il notista politico Alberto Leiss ricorda di aver sentito parlare per la prima volta di caminetto ai tempi della svolta del Pci Bolognina (’89-’91), «quando la contesa sul cambio del nome del partito stava precipitando nella conta dei sì e dei no». L’obiettivo, del tutto nobile, di trovare un accordo unitario però non bastò ad evitare che il termine diventasse presto sinonimo di «pratica orribilmente consociativa» sviluppata «alle spalle del popolo di militanti, attivisti, elettori». Tant’è che Simona Colarizi, docente di storia del sistema politico e dei partiti all’università di Roma La Sapienza, ha sentenziato netta: (quelli del caminetto) «sono incontri tra i maggiorenti di una forza politica, che non vogliono confrontarsi con il resto del partito o non vogliono aprire la discussione a un dibattito pubblico».

Ma l’uso del termine rimonta agli anni Sessanta e Settanta, quando i big democristiani solevano tenere vertici segreti e ristretti in una piccola sala collocata subito a destra dell’ingresso nella sede della Dc di via della Camilluccia dove c’era appunto un camino. Molti governi dell’Italia repubblicana e diversi Consigli d’amministrazione della Rai sono nati proprio lì. 

A distanza di vent’anni dalla Bolognina di Achille Occhetto fu la segreteria Pd di Walter Veltroni a riabilitare i caminetti, intesi sempre come riunioni informali dei big e addirittura citati e confusi dai media come sinonimo di riunioni del direttivo. C’è anche la data precisa della loro nascita. È lo stesso Veltroni ad annunciarla nel novembre 2007, ad un mese dall’investitura a segretario. Parla di un caminetto della durata di due giorni da tenersi entro metà gennaio del nuovo anno che – scrive Europa – «dovrà riunire tutti i componenti dell’esecutivo e i segretari regionali, per approfondire la conoscenza dei dirigenti del Pd e definire il calendario del nuovo anno, quel 2008 definito dallo stesso Veltroni come l’anno delle riforme». 

In realtà il primo caminetto si tiene agli inizi di dicembre, come rivela Europa il 4  dicembre spiegando che nel Loft di piazza Sant’Anastasia c’è stato un vertice dei big «destinato a riunirsi ogni volta che la situazione lo richiederà». Successivamente i caminetti si ripeteranno per favorire l’incontro – attraverso i big – di tutte le correnti, sebbene si tenda a bandire il termine “correnti” in senso classico e si preferisca il riferimento ad associazioni e a fondazioni. 
Ben presto però si avverte l’ingombrante imbarazzo per l’esistenza di una struttura non formalizzata. Tant’è che già nel maggio 2008, dopo la sonora e imprevista sconfitta alle Politiche di aprile che vede il ritorno a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, Veltroni prospetta un nuovo equilibrio di poteri e giura: «Scompariranno i caminetti, resi necessari dall’emergenza, verrà rinnovato l’esecutivo, partirà a breve il Governo Ombra».

Ma spesso nel Bel Paese accade che non ci sia nulla di più definitivo del provvisorio e a dispetto delle promesse – si era prospettata anche l’ipotesi di un coordinamento affidato a dieci dirigenti – i caminetti sopravvivono, creando ulteriori motivi di tensione. A dicembre, ad esempio, Arturo Parisi declina pubblicamente l’invito sottolineando ai colleghi di partito che il caminetto non è un organismo deputato a legittimare il confronto interno e ad assumere le decisioni. Poco male, a febbraio 2009 finisce la segreteria Veltroni ma i caminetti, per quanto si facciano più rari, non si spegneranno mai. Né con Dario Franceschini, né con Pierluigi Bersani

Da osservare: il termine prevalentemente resta confinato all’interno del campo democratico e progressista. Raramente lo si trova usato in maniera bipartisan. Avete mai sentito parlare di caminetti del centrodestra a Palazzo Grazioli? Però qualche precedente assai sporadico esiste.

Diversa è l’accezione con cui la parola fu abbinata ai discorsi di Franklin Delano Roosevelt che sin dal primo giorno alla Casa Bianca si prefisse l’obiettivo di mantenere ogni settimana un canale comunicativo aperto con i cittadini americani: era la primavera del 1933 e gli Stati Uniti affrontavano la grande depressione. Al giorno d’oggi sopravvive quella forma di comunicazione. Prima con i video messaggi tv e poi attraverso i social, il canale diretto è diventato quello preferito dai politici, anche perché li esenta dalla mediazione giornalistica e da domande scomode. 
Si può affermare in effetti che, con i discorsi del caminetto, Roosevelt sia stato il precursore della svolta nella comunicazione politica, condividendo in parte gli elementi caratteristici del cambio di passo. La sociologa delle comunicazioni di massa Sara Bentivegna ne identifica quattro nel contributo offerto a «Le parole della politica» (Treccani): la personalizzazione, la disintermediazione, la semplificazione e la velocizzazione. La personalizzazione, già favorita dal mezzo televisivo (si pensi ai videomessaggi cui è ricorso con assiduità Silvio Berlusconi), si esalta allorché l’account su Twitter o il profilo su Facebook sono personali ed esprimono pensieri e posizioni del soggetto politico. In questo rapporto diretto finisce per scomparire o si riduce fortemente la dimensione dell’intermediazione: il soggetto politico parla direttamente con i cittadini, marginalizzando la tradizionale mediazione giornalistica. La semplificazione è il frutto non solo delle caratteristiche sintattiche di alcune piattaforme, ma anche del tentativo di svuotare la politica della complessità di un pensiero astratto - ritenuto poco friendly nei confronti dei cittadini-elettori - reinterpretandola per punti e con il linguaggio della quotidianità. Infine, la velocizzazione della comunicazione, resa possibile dai social media, che incide sia sulla rappresentazione tanto sul fronte della politica attiva. Forse questo è l’unico elemento che manca ai discorsi del caminetto di Roosevelt.
 
corrado.castiglione@ilmattino.it
Martedì 1 Maggio 2018, 12:07
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