Aldo Balestra
DIRITTO & ROVESCIO di
Aldo Balestra

Giù dall'aereo
come giù dalle Torri

Lunedì 16 Agosto 2021 di Aldo Balestra
Aggrappati all'aereo americano in fuga da Kabul. Sotto, cerchiate di rosso, persone cadute dall'aereo militare Usa

Afghanistan, cercano di fuggire aggrappati all'aereo, ma cadono nel vuoto (www.ilmattino.it), 16.08.2021 ore 15.15 
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Puntini neri nel cielo azzurro di Kabul. Devi far fatica per scorgerli nelle immagini che arrivano dall'Afghanistan e che mostrano il decollo di un mastodontico aereo militare americano, in fuga dalla capitale afghana riconquistata venti anni dopo dai talebani, inarrestabili nella loro velocissima avanzata dopo la smobilitazione della coalizione occidentale. Puntini neri, sono uomini, o forse donne, in ogni caso afghani in fuga per la libertà, terrorizzati dal ritorno dei talebani. Si sono aggrappati alle ruote di quell'aereo enorme, hanno resistito mentre altri si lasciavano andare durante il rullaggio sulla pista. Pochi istanti dal decollo e sono precipitati, inevitabilmente, sfracellandosi al suolo. Pochi istanti per chiudere una vita con un volo tragico, impossibile.

Oggi come venti anni fa. Come quei puntini neri nel cielo di New York, violato dagli aerei dirottati da Al Qaeda e schiantatisi contro le Torri Gemelle. Assistevamo impotenti in tv all'agonia di quei poderosi simboli della forza e dello sviluppo americano e, poco prima che si accartocciassero con il loro immane carico di vite umane e soccorritori, annichiliti scorgevamo "qualcosa" che volava giù dagli ultimi piani delle Twin Towers. Puntini neri, erano uomini, o forse donne, in ogni caso americani che vedevano la fine vicina ed avevano scelto di lanciarsi nel vuoto, consapevoli di morire, ma comunque in fuga mentre sognavano la libertà. La libertà di vivere.

Oggi, dopo venti anni, c'è analogia storica, ma anche politica, rispetto a “puntini neri” che, in realtà erano persone, avevano un volto, un nome, una famiglia alle spalle, parenti ed amici. Vite. Uomini o donne, afghani o americani, vittime di qualcosa assai più grande di loro. No, qui non stiamo ora ad interrogarci del dettaglio delle responsabilità sin troppo evidenti della politica occidentale, che decide la precipitosa fuga degli ultimi connazionali dall'Afghanistan dopo essersi accorta (?) dell'errore tragico di lasciare un Paese al proprio destino. Venti anni di occupazione per liberarlo (dopo le Twin Towers) dal terrorismo che qui aveva basi e militarizzazione di un territorio (non senza pesanti tributi di sangue, anche italiano) non sono bastati a garantire un popolo, affrancandolo dall'incubo dei violenti con barbe e kalashnikov che pazientemente hanno aspettato di aver libero il campo fino all'accordo finale con il sigillo di Trump.

E non sono bastati a formare un esercito in grado di difendere la propria popolazione, squagliatosi come burro al sole afghano d'agosto. Ai civili, a chi pure intuiva che oltre i confini nazionali poteva esserci un'altra vita, non è rimasto che rassegnarsi, terrorizzati nelle proprie case. O tentare di fuggire, ugualmente terrorizzati, cercando in ogni modo di trovar spazi sugli aerei occidentali in fuga da Kabul. Afghani oggi, e americani venti anni fa, accomunati dal disperato tentativo di Vita. Ciò che presidenti, premier, generali e soldati del civilizzato Occidente non sono riusciti a garantire.

E' di fronte a quei puntini neri, oggi come venti anni fa, che non possiamo che calare la testa. Annichiliti dal dolore,  dal rispetto, nell'impotenza per l'ineluttabilità di un disperato tentativo di rincorrere, nel vuoto, la vita e la libertà. Il tutto mentre dall'altra parte del mondo, la nostra, quella fortunata e sopravvissuta alla pandemia, c'è chi sta a urlare sotto il solleone d'agosto di esser vittima di una dittatura sanitaria. Per l'obbligo di una mascherina sul volto, o di un pass. 
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«Non v'è amore per la vita senza disperazione di vivere» (Albert Camus, Il rovescio e il diritto)

 

Ultimo aggiornamento: 19-08-2021 19:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA