Aldo Balestra
DIRITTO & ROVESCIO di
Aldo Balestra

Se il fango sui social
val bene una condanna

Venerdì 19 Novembre 2021 di Aldo Balestra
Il carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso a Roma

«Carabiniere ucciso: “Uno in meno”, prof di Novara condannata a 8 mesi»​ (Ansa, 18 novembre 2021)
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Quel che si legge ogni giorno in milioni di post sui social, sempre più spesso sfogatoio comodo e gratuito per dire laqualunque contro lachiunque, o per pianificare vere e proprie scalate di notorietà o imbastire campagne di diffamazione, conferma quanto sia diventata liquida e vulnerabile la nostra società. Torna inevitabilmente alla mente l'efficace lettura data da Umberto Eco, nel ricevere a Torino la laurea honoris causa in "Comunicazione e Cultura dei media": «I social danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

I social hanno reso più piccolo il mondo quasi riducendolo a portata di clic, per tutti noi.  E' davvero un passo in avanti, un progresso che non va bloccato ma certamente mantenuto nell'argine della praticabile correttezza, rifuggendo manifestazioni di odio e violenza. Sotto questo profilo il cammino da compiere è ancora lungo, difficilissimo.

Il guaio di ogni fenomeno massivo, e soprattutto gratuito, è che rischia di degenerare e diventare rapidamente incontrollabile. Per le masse e per i singoli. Prendi una prof di Novara, Eliana Frontini, condannata ieri (ad 8 mesi di reclusione, vilipendio e diffamazione, pena sospesa), per una frase pubblicata su Fb. Cosa l'ha spinta a commentare, nel modo in cui l'aveva fatto, la brutale uccisione avvenuta a Roma, nel luglio 2019, del vicebrigadiere dei Carabinieri, Mario Cerciello Rega, ammazzato a coltellate da due giovani turisti americani a caccia di droga?

La prof scrisse in un suo post: «Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza». Una frase di una crudeltà infinita, mentre il Paese veniva scosso dal dolore per l'assassinio di un uomo del Sud, generoso ed altruista, che portava orgoglioso la divisa da carabiniere svolgendo con impegno il suo dovere. L'autrice del post disse poi di essersi pentita e di aver fatto un grande errore. Eppure quelle poche parole erano state feroci, cattive. Ingiustificabili.  Pesantissima l'offesa alla memoria di un servitore dello Stato che, nei momenti di tempo libero, si spendeva per gli altri portando da mangiare ai poveri. E poi il dolore lancinante inferto ai familiari di Rega, a cominciare dalla giovanissima moglie. E il danno alle istituzioni. E l'effetto di smarrimento e disapprovazione generato nella pubblica opinione. A cosa è servito, davvero, tutto ciò?

Ora c'è stata una condanna. L'episodio deve far riflettere su quanto sia giusto (e necessario) che non rimanga impunito ciò che, scrivendo sui social, diventa reato. Ma anche su come sia indifferibile un preventivo controllo più stringente del linguaggio che con la Rete attraversa il mondo. Altro che censura, ma la libertà di ciascuno di veicolare un pensiero deve mantenere il suo limite nella intangibile libertà dell'altro di non esserne danneggiato. Insomma, la libertà non può essere assoluta. Mai. Nemmeno sulla tastiera. Pensiamoci, ogni volta che vi si mette mano finendo per usarla come una clava.

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«Bisogna sopportare la pena con coraggio pari all'audacia che si è dimostrata per ottenere il piacere» (Rojas)

 

Ultimo aggiornamento: 08:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA