P. Treccagnoli

Saviano, testa e Croce

di P. Treccagnoli
Ho esitato qualche giorno prima di infilarmi nel vicolo stretto della polemica che è scaturita dal risarcimento danni chiesto da Roberto Saviano alla nipote di Benedetto Croce, Marta Herling, e al «Corriere del Mezzogiorno». A toccare l'autore di «Gomorra», se lo si elogia o se lo si critica, si finisce nel tritacarne del tifo da stadio. E’ che, in questa stramba pagina di giornalismo, mi è sembrato subito tutto sproporzionato e sopra le righe e per un po’ ho stentato a pensare che fosse vero, sperando che, comunque, la contesa potesse rientrare nella logica di un dibattito culturale, per quanto acceso. La vicenda è ormai nota e la si può rapidamente riassumere, con qualche semplificazione. Prima in tv e poi in un libro, Saviano ha raccontato un episodio della vita di Croce durante il terremoto di Casamicciola del 1883. Al futuro filosofo, più o meno diciottenne, il padre, rimasto con lui sotto le macerie avrebbe suggerito di offrire 100mila lire (una cifra a quei tempi sproporzionata) a chi lo avesse salvato. L’episodio è stato contestato dalla Herling, dalle pagine del «Corriere del Mezzogiorno». Non ci sono fonti attendibili che avvalorino questo racconto, ha scritto, e lo stesso Croce nella propria autobiografia non ne fa cenno. Ne è venuto fuori un vespaio con la nipote del filosofo e il giornale da una parte e Saviano dall’altra. Lo scrittore ha portato le sue fonti, giudicate dalla controparte poco sostanziose, perché di fatto, alla radice, anonime. Sembrava finita lì. Una questione filologica, insomma. Invece, qualche giorno fa, sulla scrivania della Herling, dei vertici del quotidiano napoletano e di altri protagonisti della polemica, è arrivata, da parte di Saviano, la richiesta di un risarcimento per danni di 4,7 milioni di euro (oltre nove miliardi del vecchio conio, avrebbe detto Paolo Bonolis). Una cifra sproporzionata pure questa. Allo stato dell’arte, a decidere saranno i giudici, in una vicenda che ha sfumature surreali. Si potrebbe liquidare tutto con una battuta: quando s’inciampa nella filologia, bisogna prenderla con filosofia. Però, attorno a Saviano, per questa vicenda, che è coincisa con lo straordinario successo del reading televisivo con Fabio Fazio, «Quello che (non) ho», s’è scatenata una bufera di chiacchiere che, come al solito, da sei anni a questa parte, genera posizioni contrapposte e inconciliabili. Contro lo scrittore, insieme a giusti rilievi, sono venuti fuori gli ennesimi giudizi livorosi che tracimano dal percorso legittimo del diritto di critica e della libertà di opinione. Ovviamente si è messo all’opera anche il fronte di fuoco dei suoi sostenitori, sempre pronto a smitragliare chi osa toccare l’oracolo. Purtroppo Saviano è, ormai, danneggiato più dai fan che dagli avversari. A sei anni dalla sua uscita, possiamo sostenere senza indugi che «Gomorra» non è stato solo un libro di successo con tante pagine di rara potenza narrativa, ma anche un libro necessario, di una necessità morale e civile che ha dato molti frutti. E notevole è stato l’effetto positivo generato dai suoi programmi tv, che possono non piacere, ma che oggettivamente hanno il merito di divulgare temi e tragedie sulle quali ci si deve interrogare continuamente. Può dare fastidio la retorica sul potere salvifico della parola, che ha qualcosa di sproporzionatamente messianico, ma per schierarsi con Saviano basterebbe ricordare come ha acceso i riflettori sulla camorra, contribuendo a una battaglia che lo Stato sta portando avanti con successo. La criminalità campana, fino al clamore scatenato da «Gomorra», era rimasta per decenni in una zona d’ombra dell’informazione, relegata nelle cronache locali, nonostante il lavoro straordinario di tanti tenaci giornalisti. Sono cose che ci ripetiamo da anni. Ma vanno ancora ripetute e sostenute. Però, Saviano deve liberarsi dalla sindrome dell’infallibilità. Quando si attraversano territori che non sono quelli consueti c’è sempre il rischio di deragliare, per la pietruzza di una fonte poco sostanziosa messa sui binari. Si prendono degli zarri. L’errore ci può stare, ci sta. Chi non ha mai peccato scagli il primo refuso. Non si tratta, quindi, di lanciare la monetina per capire se esce Saviano o Croce, e neanche di mettere in Croce Saviano, ma di far prevalere il buon senso. La prima reazione rabbiosa va stemperata. Le critiche anche dure ci sono sempre state, sono il sale del giornalismo. Altrimenti si sprofonda nella melassa del «volemose bene». Invece che in un’aula di tribunale, la vicenda si potrebbe chiudere con un naturale dibattito pubblico, magari a Casamicciola, tra le terme e la spiaggia. Farà bene a Saviano e pure alla memoria di Croce, padre del liberalismo italiano, da tutti invocato e da nessuno praticato. Il liberalismo contempla anche la libertà di sbagliare, perché esiste la possibilità di rimediare. Se sbaglio mi corriggerete, disse Giovanni Paolo II. Ed era il papa.
Venerdì 25 Maggio 2012, 10:53
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