Giorgio Ursicino
MilleRuote
di Giorgio Ursicino

Destriero, 30 anni nella storia: è ancora suo il record di traversata America-Europa. Un oscar per il made in Italy

Il Destriero in navigazione
Il Destriero in navigazione
di Giorgio Ursicino
Martedì 23 Agosto 2022, 12:24 - Ultimo agg. 26 Agosto, 11:26
6 Minuti di Lettura

Imprese come questa confermano che, forse è vero, siamo un «popolo di santi, poeti e navigatori». In questo caldo agosto, infatti, sono esattamente trent’anni che nessuno riesce a toglierci uno dei record più prestigiosi del pianeta: resta made in Italy la nave più veloce del mondo. Il nome è tutto un programma: Destriero, il cavallo dei sogni per guerrieri medioevali. Dei mari, naturalmente, in grado di domare lo onde più perigliose ad un’andatura da Ferrari. Per meritare la definizione di imbarcazione più rapida del globo non basta una performance qualsiasi. Serve conquistare il “Nastro Azzurro” che spetta a chi cavalca l’Atlantico nel tempo più breve, senza mai fermarsi, come un fulmine. Nell’estate del 1992, il gioiello tricolore dello Yacht Club Costa Smeralda accarezzò l’oceano dall’America all’Europa in poco più di due giorni, all’incredibile media di quasi cento chilometri orari.

L’avveniristico scafo si buttò nella “finestra” di bel tempo, salutando la Statua della Libertà e passando sotto il Ponte di Verazzano, con gli emozionati addetti al faro newyorchese di Ambrose Light che annotarono il passaggio. Dopo 58 ore, 34 minuti e 7 secondi, alle prime luci dell’alba, sgranarono gli occhi gli ancora più esterrefatti “guardiani” di Bishop Rock, sulle Isole Scilly, nella gloriosa Inghilterra. «Qui nave Destriero, veniamo da Manhattan, ci predente il tempo al transito per favore». La risposta incredula e immediata: «Già qui? Ma che avete volato...». In totale erano state bruciate 3.106 miglia marine alla media di 53,09 nodi (98,323 km/h). Nelle ultime 24 ore di navigazione, con i serbatoi in grado da garantire un’autonomia di 3.500 miglia ormai quasi vuoti, la nave, su ordine del responsabile della spedizione Cesare Fiorio, scatenò tutti gli oltre 50 mila cavalli (38.534 kW) delle tre turbine a gas General Electric, sfrecciando alla media di 58,3 nodi con punte superiori ai 125 km/h.

La nave tutta in alluminio (un’anteprima per dimensioni del genere) è lunga quasi 70 metri (67,7) e, con dislocamento “leggero” (con poco carburante), è in grado di toccare i 70 nodi anche con mare Forza 4 (onde alte tre metri e mezzo) L’impresa, ideata e voluta solo tre anni prima dal principe ismailita Karim Aga Khan, era stata centrata, il Destriero si poteva infiocchettare col Nastro Azzurro, un Trofeo in seta che le antiche regole nautiche per l’occasione volevano lungo 8,25 metri. Il precedente record, appartenuto al catamarano inglese Hoverspeed Great Britain con 3 giorni, 7 ore e 50 minuti alla media di 36,96 nodi, era stato polverizzato di ben 21 ore. Il “Nastro” sventolò, insieme alla bandiera delle Bahamas battuta dell’imbarcazione che era registrata a Nassau (e il “guidone” dello Yacht Club sardo), in tutte le manifestazioni per festeggiare il primato, la più imponente a “casa” a Porto Cervo, con tre elicotteri dell’Aeronautica Militare che dipingevano in cielo le tinte della Penisola.

Ora che il Destriero riposa dimenticato in un porto tedesco, il Nastro è gelosamente conservato nelle stanze più nobili del circolo velico di Porto Cervo e fatto sventolare un solo giorno l’anno, quello della ricorrenza dell’avventura. L’iniziativa dell’Aga Khan, presidente anche dello Yacht Club Costa Smeralda, fu supportata con entusiasmo da personaggi di rilievo in rappresentanza delle aziende più importanti del Paese. Da Gianni Agnelli della Fiat, grande appassionato di nautica ed a bordo per le prove iniziali, a Franco Nobili dell’IRI fino a Umberto Nordio di Alitalia. Fra i partner tecnici prestigiosi l’americana General Electric, l’italiana Agip, la tedesca MTU e la svedese KaMeWa. Il Destriero fu progettato dallo studio specializzato a stelle e strisce di Donald L. Blount e realizzato da Fincantieri nell’impianto di Muggiano, in provincia di La Spezia.

Gli studi preliminari dello scafo iniziarono nel 1989 e, già all’inizio del 1990, fu definito il progetto. A maggio, fu siglato il contratto di costruzione. Per l’industria navale italiana, che stava lavorando sui monoscafi ad alte prestazioni, fu un’occasione ghiotta per effettuare sperimentazione estrema sul campo. Destriero era altamente innovativo. Per prima volta una “nave” così imponente (stazza 400 tonnellate) veniva realizzata completamente in alluminio. E fece il suo esordio, al posto della propulsione diesel con eliche, la spinta ad idrogetto. Tre GE LM 1600 (in moduli realizzati dalla MTU) capaci di sviluppare 51.675 cavalli continui fornivano energia ad altrettanti idrogetti “model 125” della KaMeWa tramite riduttori Renk-Tacke. La scia spumeggiate lasciata dal Destriero rimaneva compatta per oltre due chilometri.

Mentre la costruzione andava avanti a tappe forzate in Liguria, gli scandinavi effettuavano test in acqua con prototipi di sette metri per valutare il comportamento del nuovo tipo di propulsione. La prima lastra di alluminio venne tagliata nel mese di luglio del ‘90, durante i Mondiali di Calcio di Maradona. Tutte le altre furono lavorate con macchine a controllo numerico per avere la massima precisione, sfruttando l’esperienza militare accumulata da Fincantieri. La parte delle sovrastrutture aerodinamiche fu affidata alla Pininfarina. La nave fu varata 28 marzo 1991, solo 270 giorni dopo il via dei lavori. Anche questo un record di competenza, impegno e professionalità. Gli uomini alle dipendenze di Fiorio durante la traversata erano 14, solo tre di loro non hanno potuto partecipare alla festa del trentennale perché non più tra noi.

Nelle 58 ore più lunghe, dalla East Coast degli Usa all’Isola più a West della Gran Bretagna, pare che nessuno di loro chiuse mai occhio per controllare che tutto filasse liscio in quell’ingresso nella leggenda. Insieme al Principe Karim, ad accogliere i 15 naviganti in Costa Smeralda, c’era anche il geniale avventuriero inglese Richard Branson (il precedenza detentore del “Nastro”, che gli consegnò il Virgin Atlantic Trophy che andò ad aggiungersi ad un altro riconoscimento del New York Yacht Club, il più antico e prestigioso degli States. All’arrivo a Bishop Rock si stavano concludendo le Olimpiadi di Barcellona e i media di mezzo mondo non esitarono a definire l’impresa «la medaglia più preziosa per l’Italia». A bocce ferme non poteva mancare l’invito del presidente Scalfaro al Quirinale per encomiare i marinai più veloci della Terra.

Al colmo dell’euforia, lo stesso armatore aprì a nuove sfide per Destriero pronto a domare il Pacifico o ad affrontare un giro del mondo lampo. Invece calò l’oblio sulla nave dei sogni. Sulle orme del Destriero, Fincantieri si gettò sul filone dei traghetti veloci, mentre lo scafo fu di ispirazione alla Lockheed Martin per l’ambizioso programma della Marina Usa partito nel nuovo Millennio. Nel decennio successivo Aga Khan si fece costruire un altro megayacht battezzato Alamshar (questa volta dal cantiere Babcock Marine) per fare la traversata in meno di due giorni. Ma questo non aveva i cromosomi vincenti del Destriero e la competizione fallì sul nascere.

Intanto il purissimo cavallo di razza era finito ormeggiato, nell’oblio più totale, al bacino numero 3 della base navale di Devonport, nei pressi di Plymouth, nel Regno Unito. All’inizio del 2009 Destriero affrontò una passeggiata marina dalla Gran Bretagna ai cantieri tedeschi di Lürssen, sul fiume Weser, vicino alla città di Lemwerder, nei pressi di Brema. Il capolavoro che rivoltava gli oceani fu imbarcato su una nave più grande perché nessuno aveva l’ardire di avviare i suoi poderosi motori. Ora ci sono in corso tentativi per convincere il Principe (pare ancora proprietario dell’opera d’arte attraverso una società da lui controllata) per riportare a casa un’icona del made in Italy che non ha uguali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA