Maria Pirro
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Pellegrini, già otto medici e infermieri con il coronavirus. Ecco il paradosso degli ospedali napoletani

Venerdì 3 Aprile 2020 di Maria Pirro
Foto Renato Esposito - Newfotosud
È giovedì 2 aprile, nella stanza al terzo piano entrano gli operatori sanitari per eseguire il test, mentre altri medici e infermieri ricevono i risultati del tampone inviato in laboratorio: «Positivi al coronavirus» tremano. E il verdetto e la paura nell'ospedale dei Pellegrini già al colpito delle polemiche per la folla che resta in strada e non a casa, tra vicoli e botteghe alla Pignasecca, fatalismo e presunzione impastati, scatenano un'altra mobilitazione di massa: «Così non possiamo continuare a lavorare, ci sono già otto casi positivi, rischiamo di ammalarci tutti». Anche durante gli interventi nel tentativo di salvare vite umane, mettendo invece in pericolo la propria. Con altre.

Due chirurgi, un primario. Colleghi. Dipendenti del comparto senza sintomi della malattia, tra cui giovani leve, addetti al trasporto dei pazienti, camici bianchi impegnati al pronto soccorso e turnisti che di giorno e di notte attraversano l'intero malconcio edificio con scale e porte sbarrate per limitare i percorsi promiscui, da quando è entrato in funzione un reparto Covid-19. Ma il contagio, almeno per alcuni, è avvenuto in precedenza, perché solo l'attesa per l'esito degli accertamenti è durata oltre una settimana per una prima batteria (monitoraggio Anaao-Assomed).
 
Dice Luigi Bencivenni, un sindacalista disperato: «Tutto ciò dimostra che non c'è un'organizzazione all'altezza della situazione e il personale continua a fare richieste dei dispositivi di protezione individuali». Mascherine e termometri sono stati acquistati dagli stessi professionisti, nemmeno l'ultima soluzione fai-da-te. Più che altro, una necessità dovuta dall'emergenza e alla penuria di presidi segnalata pure dal governatore, Vincenzo De Luca, al capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. Ma, ieri, è stata anche decisa la chiusura di pronto soccorso e radiologia per il tempo necessario alla sanificazione, dopo altri Sos e casi sospetti registrati qui e là. 

Ecco «il paradosso degli ospedali napoletani». «Alcuni rischiano di diventare focolai». «Più sanitari positivi al Covid-19 che degenti», strillano in un manifesto Usb, Potere al lavoro, Unione sindacale autonoma lavoratori, che segnano ulteriori croci rosse sulla mappa cittadina: «Quindici operatori positivi al San Paolo su soli 40 tamponi effettuati, si presume possano essere molti di più». E poi, il Cto. E il Cardarelli con il maggior numero di infezioni, un record conteso con il Policlinico della Federico II. E l'ospedale del Mare. E il Monaldi, lì dove il primario di anestesia è guarito con la cura con il farmaco anti-artrite avviata da Napoli dopo Pechino e oggi usata in tutta la penisola. E il manager e il direttore sanitario del Policlinico Vanvitelli. No, nemmeno il Cotugno è immune, il polo di riferimento per le malattie infettive scelto come eccellenza mondiale da Sky e senza dubbio il più attrezzato. Anche qui un professionista stimato risulta ricoverato tra i suoi pazienti.

  Ultimo aggiornamento: 01:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA