Maria Pirro
Prontosoccorso

Crescita felice con meno glutine:
lo studio sui bimbi alla Federico II

Crescita felice con meno glutine: lo studio sui bimbi alla Federico II
Sabato 29 Ottobre 2022, 11:56 - Ultimo agg. 31 Ottobre, 10:52
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La ricetta è semplice: glutine quanto basta, non di più. Con la pastina, i biscottini e il semolino, sin da piccolissimi occorre fare attenzione a non esagerare per evitare di scatenare intolleranze e reazioni, quando si ha una predisposizione genetica, oramai abbastanza comune.  La celiachia è questione di famiglia: ne soffre una persona ogni 5-10 tra i parenti di primo grado e una su 70 nella popolazione, stando ai risultati dell’ultima indagine presentata in Parlamento. Ma, in realtà, l’intolleranza alimentare colpisce molti più italiani: per ogni caso diagnosticato ce ne sono cinque che non vengono scoperti. E, non saperlo, può provocare ritardi nella crescita, anemia, osteoporosi, ipertransaminasemia fino ai segni neurologici e a un’evoluzione neoplastica di lesioni e linfomi (in rare circostanze).

«I pazienti sono in aumento a causa di una alterata risposta immunologica dovuta a fattori diversi come dieta, inquinamento, infezioni virali, infiammazioni», certifica Riccardo Troncone, presidente della Società internazionale per lo studio della malattia celiaca. Il professore universitario parla con dati alla mano: uno studio che ha condotto alla Federico II dimostra che il consumo maggiore di glutine è correlato a un più alto rischio di scatenare la malattia (dati pubblicati da Renata Auricchio su Scientific reports). «Nei 200 i bimbi coinvolti nella ricerca scientifica è stato, inoltre, individuato un marcatore specifico della malattia», spiega Troncone, che chiarisce quanto sia importante l’indicatore con l’obiettivo di predire la patologia e bloccarla in anticipo. Indagini sono in corso anche negli Stati Uniti (sotto l’egida di Alessio Fasano) e in Svezia (studio Teddy guidato da Daniel Agardh e incentrato sul rischio di diabete tipo 1 frequentemente associato alla celiachia).

 
La diagnosi è già meno invasiva rispetto al passato: a Napoli come nel resto di Europa in molti casi si fa a meno della biopsia intestinale, negli ambulatori pediatrici, e si ricorre al dosaggio degli anticorpi anti-transglutaminasi. Sviluppi sono attesi invece per le terapie farmacologiche come alternativa alla dieta senza glutine, unico rimedio al momento efficaci. Tra i trattamenti al vaglio, c’è poi l’uso di enzimi in pillole che aiutano a digerire il grano, ma anche l’uso di anticorpi monoclonali che interagiscono con l’interleuchina 15 e di inibitori delle transglutaminasi sembrano riuscire a bloccare il danno intestinale. Lo dimostrano i primi risultati delle sperimentazioni avviate in Germania da Detlef Schuppan con le altre nuove frontiere presentate al simposio internazionale sulla malattia celiaca, dal 19 al 22 ottobre a Sorrento, presieduto da Troncone e da Carolina Ciacci, ordinario dell’Università di Salerno. Con specialisti provenienti da 60 paesi. «La scelta di organizzare qui il meeting», sottolinea soddisfatto Troncone, «è un riconoscimento del ruolo che la ricerca napoletana ha avuto in tutti questi anni».

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