Maria Pirro

«Centri di eccellenza e meno sprechi, la sfida è attrarre cervelli e risorse»

di Maria Pirro
È l'unico italiano chiamato a fare il punto sulle cure innovative per il melanoma, il tumore della pelle più aggressivo, davanti alla comunità mondiale di oncologi: invitato più volte come moderatore al principale congresso Asco a Chicago. E, ogni anno, raduna esperti di fama per «Bridge», l'appuntamento scientifico sull'immunoterapia, dal 30 novembre al 2 dicembre scorso tenutosi a Napoli. Paolo Antonio Ascierto, direttore dell'oncologia medica dell'istituto Pascale, è un riferimento: la sua struttura, inserita nei protocolli di ricerca internazionali, è impegnata a seguire tra i 300 e i 400 ammalati all'anno. «Con risultati positivi - dice con orgoglio più della metà dei pazienti guariscono, sempre più ne arrivano. La nostra è un'isola felice».

Qual è la mortalità nel suo reparto?
«In linea con la media nazionale».
Eppure, si muore di più in Campania rispetto alle regioni italiane che hanno più fondi. Ma il divario Nord-Sud dipende solo da disparità nei finanziamenti?
«Credo ci sia una disparità di risorse, più in generale, che a volte corrisponde alla carenza di finanziamenti. Lì dove ci sono strutture di qualità ed eccellenze arrivano anche i fondi per mantenerle».
Quali fattori incidono, quindi?
«Ritengo sia fondamentale l'organizzazione territoriale e la possibilità di mettere in rete le diverse strutture: tutto questo al Sud probabilmente non è ancora avvenuto».
Vuol dire che la Campania paga innanzitutto i ritardi nell'organizzazione dei servizi?
«Qui ci sono strutture importanti come il Pascale, i Policlinici e tanti altri ospedali che funzionano: la principale difficoltà resta mettere in rete tutti questi centri di livello. E affrontare la questione ambientale nei territori più esposti a rischi per la salute, rafforzando la prevenzione e indirizzando i pazienti nei percorsi di diagnosi e cura appropriati, in modo da affrontare anche la questione dei viaggi della speranza: tanti ammalati si curano fuori, ma muoiono in Campania».
Per orientare al meglio gli ammalati, non occorre anche eliminare le mini-strutture che prendono risorse ma senza dare in cambio servizi di qualità? Ma, in questi casi, dove finisce l'interesse privato e inizia l'interesse pubblico?
«È giusto porre la questione delle competenze, che vale innanzitutto per i chirurghi. Servirebbe un tetto minimo di prestazioni: chi segue 150 casi all'anno non può essere paragonato a chi ne tratta dieci o anche meno».
Com'è riuscito a creare un centro di eccellenza nella regione «maglia nera»?
«Innanzitutto, ho puntato su un team formato da giovani: almeno venti, cresciuti nella mia unità, sono il vero motore della ricerca. Lavorano con entusiasmo e sacrificio».
E poi?
«Ho avuto sempre l'istituto dalla mia parte, a tutti livelli, dai vertici come Gerardo Botti ai colleghi esperti come Nicola Mozzillo. È stato fondamentale il gioco di squadra».
Come ha affrontato la questione dei più scarsi finanziamenti?
«Tutti insieme, siamo riusciti a creare un sistema di autofinanziamento, puntando su progetti di ricerca sperimentale e clinica che ci consentono di ottenere, nel contempo, i farmaci migliori in anticipo su altre strutture».
Attraverso i progetti di ricerca, quanti fondi riesce a ottenere nel 2017?
«Un milione di euro all'anno, usati quasi tutti per pagare i giovani che lavorano nella ricerca tranlazionale».
Quali difficoltà incontra, invece, quotidianamente?
«Un problema è la richiesta enorme di trattamenti, per gli spazi da dedicare e la spesa superiore al budget per le medicine ad alto costo».
Pesa la migrazione sanitaria al contrario, quella con saldo positivo, in una regione impreparata ad affrontarla.
«Con l'arrivo di ammalati da tutt'Italia, si allungano le lista d'attesa. Ma, per ridurre i disagi, il manager ha appena potenziato i servizi, creando un reparto dedicato».
Il suo modello può essere adottato in altre realtà nel Mezzogiorno?
«Sì, se ognuno fa la sua parte. Mi spiego meglio: per essere competitivi è fondamentale anche la tempestività degli interventi, penso all'autorizzazione delle sperimentazioni da parte del comitato etico e del management».
Perché non sempre accade?
«Forse, manca entusiasmo».
E la politica, che responsabilità ha?
«Da quando me se sono allontanato, sono riuscito a fare molto meglio».
A che punto è la riorganizzazione della rete oncologica in Campania?
«Abbiamo stabilito i percorsi diagnostico terapeutici, creato i gruppi di oncologi multidisciplinari e predisposto una piattaforma informatica in modo da far viaggiare le informazioni. Grazie al lavoro del manager Attilio Bianchi e del collega Sandro Pignata, siamo pronti a partire nel 2018».
Il Pascale ha da poco siglato un accordo con gli Irccs di Bari e Rionero in Vulture per ridurre i viaggi della speranza al Nord. L'alleanza può funzionare?
«Le reti esistono a diversi livelli ed è giusto puntare su un sistema interregionale, scambiando con i colleghi idee e protocolli clinici».
Intanto, Paolo Veronesi ha rinunciato a dirigere la chirurgia del seno all'istituto Pascale. Come mai? Un'altra questione irrisolta è attrarre i cervelli al Sud, e invece...
«Non posso intervenire nel merito, ma sono convinto che la vera forza nella ricerca e nella medicina siano i giovani motivati: per attirare questi cervelli e farli restare, occorrono, appunto, strutture di eccellenza».
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 00:00
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