'Ndrangheta, l'allarme di Gratteri:
«Così sbarca anche in Sicilia»

di Gigi Di Fiore

Procuratore capo a Catanzaro, autore di più saggi sulla ndrangheta, Nicola Gratteri è uno maggiori conoscitori della mafia calabrese che ha da tempo dimensione internazionale. Mafia che attira poca attenzione, perché è sempre più sostanza di affari in doppiopetto che folklore.

Procuratore Gratteri, la ndrangheta è una mafia che agisce in sordina?
«È sicuramente la mafia di maggiore potere economico, che supera i confini italiani. È dominante nell'intera Europa e si è radicata da 40 anni in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Al nord, ha soppiantato Cosa nostra».

Eppure, nell'idea diffusa, c'è ancora chi parla di una mafia stracciona. Come mai?
«È un ritornello ricorrente, perché la ndrangheta non ha bisogno di fare clamore, di azioni eclatanti. Si è estesa persino in alcune zone della Sicilia, dove fornisce cocaina alla mafia siciliana».

Pochi agguati e molti affari?
«Proprio così. Ed è una strategia possibile per la struttura familiare dei singoli locali, come si chiamano i gruppi della 'ndrangheta nelle diverse aree. C'è una selezione nell'affiliazione, che guarda all'affidabilità e all'obbedienza del picciotto. Un ordine, anche di morte, non va discusso e chi lo esegue deve dimostrare coraggio e sangue freddo».

Una selezione psicologica?
«Anche, sì. Il picciotto viene valutato nella sua tenuta nervosa. Le regole e gli ordini non vengono mai messi in discussione, come invece avviene nella camorra dove i rimescolamenti e i contrasti tra gruppi sono continui».

Questo rende la mafia calabrese più stabile?
«Sì, se dovessero finire le mafie, credo che la prima a scomparire sarebbe la camorra che pure è la più antica. La 'ndrangheta finirebbe per ultima. È un paradosso, naturalmente».
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Martedì 16 Aprile 2019, 12:00 - Ultimo aggiornamento: 16-04-2019 16:08
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