Si pente rampollo del clan Mancuso:
madre, zia e compagna lo minacciano

Venerdì 20 Dicembre 2019
'Ndrangheta, rampollo del clan Mancuso si pente: madre, zia e compagna lo minacciano

Non ce la faceva più a condurre la vita dello 'ndranghetista Emanuele Mancuso, 31enne figlio del boss Pantaleone, «l'ingegnere». E così ha deciso di collaborare con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Una decisione inconcepibile agli occhi della cosca. E per farlo desistere sono scese in campo le donne - «motore della 'ndrangheta» dice Gratteri - a lui più vicine: madre, zia e compagna. Prima blandendolo e poi minacciandolo nella maniera più vile, negli affetti più cari, la figlia appena nata.

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Un tentativo risultato vano, però, grazie all'opera di convincimento portata avanti dallo stesso Gratteri e dagli investigatori dei carabinieri di Vibo Valentia. E così Emanuele Mancuso ha proseguito la sua collaborazione contribuendo a far disarticolare le cosche del vibonese con i 330 arresti dell'operazione Rinascita-Scott. Una vicenda cui fa da contraltare il gesto di un'altra donna che si è schierata apertamente per la squadra Stato e stamani ha inviato alla caserma dei carabinieri un mazzo di fiori accompagnato da un biglietto di auguri con su scritto «sempre con voi, grazie di cuore per quello che fate per noi cittadini». Gesto non isolato visto che stamani, in diversi bar della città, i carabinieri si sono visti pagare la consumazione da altri avventori quale segno di gratitudine per l'opera di pulizia condotta ieri.

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La storia di Emanuele Mancuso, rampollo della cosca, non è stata fatta passare in silenzio da Gratteri e dagli investigatori che, dopo lo sforzo di ieri, sono tornati in campo per arrestare le protagoniste delle minacce. E così, ai domiciliari sono finite Giovannina del Vecchio, di 51 anni, e Rosaria Del Vecchio (54), mamma e zia di Emanuele. Per l'ex compagna, Nensy Chimirri, è stato disposto il divieto di dimora mentre l'ordinanza di custodia cautelare è stata notificata in carcere al fratello del collaboratore Giuseppe Salvatore Mancuso, arrestato nelle scorse settimane dopo un anno di irreperibilità. Per loro l'accusa è di subornazione di testimone. Ma nell'ordinanza, notificata anche a Francesco Paolo Pugliese (18), già in carcere per l'aiuto fornito a Giuseppe Salvatore Mancuso, sono ipotizzate, a vario titolo, anche le accuse di possesso di armi, minacce, favoreggiamento.

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Per giungere al loro obiettivo, le donne di famiglia non hanno esitato a far pervenire a Emanuele una lettera di Nensy Chimirri in cui la ragazza scriveva «puoi tornare, io ci sarò con te, come tutti», con allegata la foto della figlia appena nata in braccio al fratello Giuseppe. Un chiaro segnale mafioso: o torni o non vedrai mai più la bambina. Il collaboratore ha iniziato a vacillare. Negli interrogatori balbettava e all'ultimo non si è presentato. Gratteri ed i carabinieri hanno capito che qualcosa non andava. E quando si sono resi conto di costa stava accadendo hanno cominciato un'opera di persuasione andata a buon fine. «Non ci può essere onore in una simile vicenda, non ci possono essere valori, non ci può essere umanità nel minacciare una cosa del genere» è stato il commento dei vertici vibonesi dell'Arma. Una storia, il commento di Gratteri, che «deve far capire che le regole sono per gli utili idioti che entrano a far parte della 'ndrangheta mentre i capi non le osservano». «Non c'è onore nella 'ndrangheta», ha aggiunto il magistrato lanciando il suo appello: «Operazioni come quella di ieri e quella odierna fanno comprendere alla gente che riusciamo ad avere un buon controllo della situazione e a stare sul pezzo su ogni territorio. Chi è nel dubbio se collaborare o meno, può iniziare a pensare che è l'occasione giusta per cambiare vita».

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Ultimo aggiornamento: 19:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA