'Ndrangheta, traffico di rifiuti tossici : arresti e sequestri. Suolo contaminato oltre il 6.000% sui limiti di legge

Martedì 19 Ottobre 2021
le indagini dei carabinieri

Rifiuti speciali e pericolosi, interrati anche sotto i terreni agricoli. Una discarica dei veleni che ha causato la contaminazione del suolo fino al 6000% sopra il limite e il pericolo, concreto, di contaminazione anche della falda acquifera è stata scoperta dai carabinieri Forestali nel corso delle indagini «Mala pigna» coordinate dalla Dda di Reggio Calabria. Sono in tutto 29 le misure cautelari, diverse delle quali rivolte ad esponenti apicali della 'ndrangheta - nonché all'avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli, già imputato nel maxiprocesso Rinascita-Scott della Dda di Catanzaro - nell'ambito di una inchiesta su un traffico di rifiuti gestito dalla cosca Piromalli di Gioia Tauro. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, traffico illecito di rifiuti ed altri reati ambientali. Sequestrate inoltre 5 aziende di trattamento dei rifiuti tra Calabria e Emilia-Romagna. 

 

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Secondo la ricostruzione degli investigatori, autocarri aziendali partivano dalla sede di una società con il cassone carico di rifiuti speciali, spesso riconducibili a «Car Fluff» (rifiuto di scarto proveniente dal processo di demolizione delle autovetture) e giungevano in terreni agricoli posti a pochi metri di distanza, interrando copiosi quantitativi di rifiuti, anche a profondità significative. Gli accertamenti eseguiti hanno portato alla scoperta anche dell'interramento di altri materiali, quali fanghi provenienti presumibilmente dall'industria meccanica pesante e siderurgica.

 

Dietro lo smaltimento illecito dei rifiuti, secondo l'accusa, vi sarebbe stata la famiglia di Rocco Delfino, ritenuto il «tutore degli interessi della cosca Piromalli», che avrebbe utilizzato allo scopo alcune sue aziende operanti nel settore dello smaltimento avrebbe promosso un'associazione volta al traffico illecito di rifiuti mediante la gestione di aziende, come la «Mc Metalli srl» e la «Cm Servicemetalli srl», fittiziamente intestate a soggetti terzi ma riconducibili, per l'accusa, alla diretta influenza e al dominio della sua famiglia. L'indagine, coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri, dall'aggiunto Gaetano Paci e dai pm Gianluca Gelso, Paola D'Ambrosio e Giorgio Panucci, è partita da un sopralluogo eseguito a Gioia Tauro nella sede della società «Ecoservizi Srl», ditta di trattamento di rifiuti speciali di natura metallica e gestita dalla famiglia Delfino, da decenni attiva nel settore.

 

I primi riscontri hanno evidenziato che la società, nonostante fosse oggetto dei provvedimenti di sospensione dell'autorizzazione al trattamento dei rifiuti e di cancellazione dall'Albo Nazionale dei Gestori Ambientali, era diventata il fulcro di un'attività organizzata per il traffico di rifiuti speciali di natura metallica, con base operativa a Gioia Tauro e con marcate proiezioni sul territorio nazionale ed internazionale. Obiettivo di Rocco Delfino, per anni socio e procuratore speciale della società, era quello di servirsi dell'immagine e del nome di società apparentemente «pulite», avente le carte in regola per poter ottenere le autorizzazioni necessarie alla gestione del settore.

 

Tra persone fisiche e società, sono in tutto 44 gli indagati dell'inchiesta «Mala Pigna». Per quanto riguarda l'avvocato Giancarlo Pittelli, arrestato per concorso esterno, secondo la Dda era «uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento avendo instaurato con la 'ndrangheta uno stabile rapporto 'sinallagmatico'». Questo rapporto, per i pm, era «caratterizzato dalla perdurante e reciproca disponibilità». Pittelli avrebbe garantito «la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione».

 

Secondo gli investigatori, infatti, l'ex senatore Pittelli aveva «illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore». Per questo «veicolava informazioni all'interno e all'esterno del carcere tra i capi della cosca Piromalli detenuti in regime carcerario ai sensi dell'articolo 41 bis». I boss che avrebbero usufruito del rapporto con Pittelli sono Giuseppe Piromalli detto «Facciazza» e il figlio Antonio Piromalli reggente della cosca. 

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