​‘Ndrangheta, sciolta l'azienda sanitaria di Reggio Calabria

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Il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo scioglimento dell'Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria per infiltrazioni della 'ndrangheta, affidandone la gestione ad una Commissione straordinaria. La decisione è stata presa su proposta del prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, in base all'esito dell'accesso antimafia eseguito nei mesi scorsi.

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«Nelle more del perfezionamento della procedura di scioglimento, con la firma del Presidente della Repubblica - è detto in un comunicato della Prefettura reggina - il Prefetto, Michele di Bari, con proprio provvedimento, ha disposto la sospensione dell'organo di Direzione generale dell'Azienda sanitaria provinciale, ai sensi dell'art. 143, comma 12 del decreto legislativo 18 agosto 267, ed ha incaricato della gestione provvisoria dell'ente la Commissione straordinaria composta dal prefetto Giovanni Meloni e dai dirigenti del ministero dell'Interno Maria Carolina Ippolito e Domenico Giordano».
 

Beni per oltre 3,5 milioni di euro, riconducibili all'imprenditore Giuseppe Nasso, 40nne di Rosarno, sono stati sequestrati dai carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro. Il provvedimento, che ha riguardato denaro contante, conti correnti, polizze assicurative e un'impresa individuale, comprensiva di tutto il compendio aziendale, insieme a beni immobili riconducibili a Nasso e ai suoi familiari conviventi, è stato eseguito in base alla normativa antimafia e disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria. Il provvedimento rientra negli esiti dell'indagine 'Ares', che nel mese di agosto dello scorso anno ha permesso ai militari dell'Arma di effettuare 45 misure di custodia cautelare in carcere, dirette agli appartenenti di due diverse organizzazioni territoriali della 'ndrangheta, quella dei Cacciola e quella dei Cacciola-Grasso, radicate nella Piana di Gioia Tauro e, quindi, riferibili alla società di Rosarno del mandamento tirrenico della provincia di Reggio Calabria.

Le indagini, condotte dai Carabinieri e coordinate dalla Procura diretta da Giovanni Bombardieri, hanno permesso di appurare come Nasso, destinatario in quella circostanza di uno dei provvedimenti in carcere poiché accusato di associazione mafiosa e altri gravi reati, facesse parte della cosca Cacciola-Grasso, a favore della quale «metteva a disposizione il patrimonio illecitamente detenuto, consentendole di perseguire il proprio programma delittuoso». Proprio durante il fermo, effettuato a carico di Nasso lo scorso 9 luglio, i carabinieri trovarono, occultati in un controsoffitto della sua ferramenta, circa un milione di euro, suddivisi in mazzette e confezionati all'interno di pacchi sottovuoto. Sulla scorta delle prove raccolte fino a quel momento sono stati effettuati degli approfondimenti patrimoniali, delegati ai militari dell'Arma di Gioia Tauro e coordinati dal procuratore aggiunto Gaetano Calogero Paci e dal sostituto procuratore Adriana Sciglio, che hanno consentito di appurare una netta sproporzione tra il patrimonio accumulato negli anni dall'imprenditore e quello effettivamente dichiarato.

 
Mercoledì 13 Marzo 2019, 12:18 - Ultimo aggiornamento: 13-03-2019 15:46
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