Il pentito inguaia l'ex sindaco Antropoli:
«Gli ho comprato gioielli dopo un furto»

Martedì 21 Gennaio 2020 di ​Mary Liguori
È logorroico Franco Zagaria. Si siede davanti alla telecamera alle 10 in punto. Lupetto nero, occhiali da vista, testa completamente rasata. Collegato con il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, il collaboratore di giustizia che sostiene di essere stato per lungo tempo uno degli uomini più vicini a Michele Zagaria, impiega lunghe ore per dipingere il «suo» ritratto di Carmine Antropoli, stimato chirurgo del Cardarelli, due volte sindaco di Capua, che si sarebbe servito dei suoi «servigi» in occasione delle elezioni comunali di Capua del 2015 per favorire un candidato. Il candidato era Marco Ricci, a sua volta imputato, all’epoca in forza alla coalizione politica che avrebbe dovuto dare continuità all’amministrazione Antropoli che, finito il secondo mandato, non poteva ricandidarsi. La Dda accusa l’ex sindaco di concorso esterno e per questo il medico ha passato sei mesi in carcere. Lo accusa di aver ottenuto il ritiro di un candidato avverso grazie a Franco Zagaria, incensurato all’epoca dei fatti, oggi reo confesso di due omicidi e di una lunga sfilza di reati che vanno dalla corruzione all’estorsione fino all’associazione per delinquere di stampo mafioso. Franco Zagaria ribadisce di essere stato «benedetto» dal padrino in persona, al quale dava del tu, e che gli avrebbe «affidato» la zona di Capua, oltre dei lavori a San Prisco, a scapito di altre ditte vicine al clan Tavoletta di Villa Literno. Del boss «tutti mi credevano cugino» dice, adesso, il pentito che invece è parente del cognato di Zagaria, Francesco ‘a benzina, marito (defunto) di Elvira, sorella del capoclan. 
 
Il processo si dibatte in Corte D’Assise, presidente Giovanna Napoletano, l’accusa è affidata al sostituto procuratore Dda Maurizio Giordano. Il pentito Zagaria parla della sua storia criminale, si dilunga nelle descrizioni, abbonda in «premesse», si lancia in accorti flashback, Si prende anche il tempo per commuoversi, quando parla della sua scelta di pentirsi. Si aiuta, per tutto il tempo, gesticolando con le mani, mentre qualcuno gli riempie più volte il bicchiere con l’acqua minerale. Si sofferma sui dettagli, ricorda a memoria addirittura il numero dell’interno delle scale del palazzo in cui abita uno dei due politici che oggi accusa d’essere stati in combutta col clan. È prolisso, «Ciccio brezza», forse troppo, tanto che uno dei giurati popolari si appisola più volte. Interrompono il suo lunghissimo monologo solo le domande del pm che lo conduce al momento cruciale, nodo del processo, vale a dire i suoi rapporti con Antropoli e con Ricci. Il collaboratore parla di Ricci come di uno che avrebbe preso il dieci per cento su ogni appalto pubblico che ha concesso alle sue ditte: il rifacimento delle rotonde di Capua e il restyling delle scuole. «Ricci - dice il pentito - ha preso 15mila euro in due tranche e poi 20mila euro per le scuole». Dolcevita nero, seduto in mezzo ai suoi avvocati, Ricci alza impercettibilmente una mano, poi scrive qualcosa su un foglio. Zagaria va avanti. «Ricci è un finanziere, sa essere guardingo, come so esserlo io», e c’è da crederci alle precauzioni che Ciccio Brezza ha preso nel tempo: oggi si descrive come un criminale di lungo corso, colloca la sua affiliazione in una data antecedente il 2003, ma finirà sotto inchiesta solo nel 2015 e sarà arrestato, per la prima volta, addirittura nel 2017. È un dato di fatto che sia riuscito a sfuggire alle maglie della giustizia per più di un decennio. «Non avevo neanche il numero di telefono di Ricci, così come lui non aveva il mio. Prendevamo appuntamento a casa sua tramite Mario ‘o capitano, un netturbino che lavorava per la nettezza urbana al Comune di Capua»: un messo, dunque, che conosce fatti e misfatti dei presunti intrecci tra politica capuana e malavita casalese; sarà ovviamente chiamato al banco dei testimoni. 
 
Ma andiamo avanti a quando, per la prima volta, Zagaria incontra Antropoli. «Andai all’appuntamento coi pantaloni sporchi perché ero in campagna. Il sindaco mi guardò con sufficienza, credo che in quel momento non mi prese molto in considerazione». Ma successivamente sarà Antropoli a chiamare il camorrista, così dice il pentito. «Gli rubarono dei Rolex e un’Audi, si portarono via anche un orologio cui teneva tanto perché glielo aveva regalato suo padre e un anello di brillanti dell’ex moglie: mi chiese di recuperare la refurtiva e io ero pronto a tutto per accontentarlo. Intendevo prendere lavori a Capua perché era la città in cui vivevo e avevo bisogno di affermare il mio potere». Il pentito dice di aver recuperato parte del bottino tramite ricettatori albanesi, inclusa la macchina «che il fratello del sindaco finse su mia indicazione di aver ritrovato per caso», le parole di Zagaria. «Per il resto, pagai 15mila euro per ricomprargli gli orologi e feci fare un anello a sua moglie uguale a quello che avevano rubato». Da quel momento, tra i due si sarebbe stretto un legame andato avanti fino alle elezioni del 2015 quando, secondo la Dda, Zagaria schiaffeggiò un candidato alle Comunali nello studio di Antropoli per farlo ritirare dalla corsa. È il cuore delle accuse. Si torna in aula domani. Poi saranno gli avvocati della difesa a controinterrogare Zagaria. 
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