Molestava una bambina di 11 anni,
don Michele prega per la scarcerazione

Giovedì 14 Novembre 2019 di Mary Liguori

Sono ore cruciali per don Michele Mottola. Oggi il gip di Napoli Nord deciderà se il sacerdote, in carcere per aver molestato una ragazzina di undici anni, potrà tornare a casa, a Qualiano, e attendere ai domiciliari l'inizio dell'inevitabile processo che lo attende. L'istanza del difensore, Antimo D'Alterio, è stata depositata al giudice dopo la confessione che il religioso ha reso nel corso dell'interrogatorio di garanzia, tre giorni fa, quando don Mottola, pur non rispondendo alle domande del gip, ha reso spontanee dichiarazioni durante le quali ha ammesso di aver molestato la bambina di Trentola Ducenta. «Ho avuto una debolezza, me ne pento e mi vergogno. Chiedo perdono a tutti, alla ragazza e alla sua famiglia». Il prete ha dunque ceduto, schiacciato a quanto pare dal peso del rimorso, ammettendo di avere allungato le mani sulla piccola, di aver preteso «baci e abbracci» dalla ragazzina di averle fatto credere che «quelle cose» erano normali «tra fidanzati». Una situazione surreale, denunciata prima al vescovo di Aversa, poi alla polizia.

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Una vicenda che fa il paio con quanto di surreale accadde, ormai due anni fa, nella stessa diocesi aversana e che ebbe per protagonista don Michele Barone, il prete esorcista (poi ridotto allo stato laico), amico delle veggenti di Medjugorje e ospite fisso in tv. Le vicende che lo hanno avuto per protagonista sono attualissime e si stanno definendo nel processo in corso dinanzi al tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

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Nell'ultima, lunga, udienza, presieduta dal collegio coordinato da Maria Francica, i pm Alessandro Di Vico, Daniela Pannone e l'avvocato Carlo De Stavola hanno interrogato il commissario di polizia Luigi Schettino, imputato con Barone, che ha ricostruito l'origine dell'inchiesta su una serie di suicidi legati all'azione di una setta satanica, quella che sarebbe stata indirizzata dalle dichiarazioni di una delle ragazze «indemoniate» di Barone, che poi lo ha denunciato per violenza sessuale. Al di là di questo, Schettino ha fornito una sua versione rispetto ai dialoghi intercorsi tra lui e Barone, dialoghi trovati registrati sul suo stesso cellulare. Colloqui che risalgono ai giorni successivi la convocazione del prete da parte della polizia di Chiaiano in seguito alla denuncia della sorella della minorenne sottoposta agli esorcismi e, secondo la Procura, maltrattata dall'ex prete. Maltrattamenti dei quali, è emerso dal dibattimento, Schettino non era al corrente, non avendovi mai assistito. Era convinto poi, il poliziotto, della bontà delle condotte del prete e credeva che la piccola fosse indemoniata. «Quando ero a casa sua, era seduta sul divano e sembrava tranquilla. Ma quando tentai di carezzarle la testa, mi si rivoltò contro. Sembrava un cagnolino innocuo che improvvisamente ti ringhia contro. Fu una scena che mi spaventò, tant'è che mi ritrassi».

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Forte di queste sue convinzioni, dunque, quando per la seconda volta la sorella della vittima si presentò in commissariato a Maddaloni (convocata dal poliziotto Vito Esposito, vice di Schettino), dopo che la prima volta era stata mandata a casa, Schettino ascoltò la giovane che parlava di «cure mediche negate» alla sorella e di «riti violenti» cui la piccola veniva sottoposta; Schettino le disse di riflettere su quello che stava facendo. Lo disse, ha spiegato il poliziotto, in virtù della sua esperienza. Secondo lui, che era stato anche in pellegrinaggio con la bambina e il sacerdote, «la bambina» era «in buone mani» per cui non c'era da preoccuparsi. Così cercò di tranquillizzare la ragazza ma per i pm il suo scopo era proteggere il sacerdote. Inoltre, fu Esposito, secondo Schettino, a chiedergli di presenziare a quell'incontro «perché ero stato a Medjugorje e conoscevo la situazione». Ma avrebbe dovuto essere Esposito, il suo ex vice, ha aggiunto il commissario, «a verbalizzare l'incontro perché era il responsabile della polizia giudiziaria ed era questo il suo compito».

Fin qui le parole dell'imputato che si trova alla sbarra anche per questa accusa, per avere, secondo la Procura, cercato di indurre la sorella della vittima a ritirare l'esposto che, di fatto, ha dato il via all'inchiesta e che ha portato all'arresto del sacerdote e del poliziotto e, sotto processo, con loro, i genitori della bambina. La ricostruzione di Schettino ha toccato anche un altro nodo cruciale della vicenda, quella dell'impunità della quale Barone avrebbe goduto, per lungo tempo, nella sua diocesi. Il prete, poi, non sarebbe mai stato un esorcista autorizzato. «Quando ho incontrato il vescovo alla presenza dei genitori, rimasero di intesa che sarebbe andato a pregare con loro e non mi ha mai detto che Barone non poteva fare gli esorcismi, insomma non disse mai tu non sei autorizzato a fare gli esorcismi». «Quando i genitori dicono che la figlia si è liberata dal diavolo nell'ufficio del vescovo tutti i presenti sapevano di cosa stavamo parlando». Incalzato dalle domande del presidente, Schettino ha anche aggiunto che «molte persone, a dire di Barone, si rivolgevano a lui su disposizione dei medici: quando si rendevano conto di non essere di fronte a problemi fisici, consigliavano l'assistenza spirituale di Barone». Sarà il sacerdote stesso, la settimana prossima, a poter finalmente fornire la sua versione dei fatti. Martedì, il religioso, detenuto da venti mesi, salirà sul banco dei testimoni.
 

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