Ex banchiere e killer convertivano
in euro lire e franchi della camorra

di Mary Liguori

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Esiste una quantità di soldi tale da ripulire che gli indagati intercettati parlano di «bancali e container». «Venti miliardi di lire» frutto di contrabbando, traffico di droga, estorsioni, investimenti a nero, evasione fiscale, furti e rapine a banche e portavalori che le organizzazioni criminali non sarebbero riuscite a convertire per tempo in euro. In questa «esigenza» si inserisce il gruppo sgominato ieri, che maneggia le lire da pulire.

Un miliardo e centomila lire è la somma intercettata in quattro distinti sequestri avvenuti tra la rotonda di Arzano e la stazione di piazza Garibaldi a Napoli. Quattro persone li trasportavano con le valigette e tutte loro, secondo la Procura di Napoli Nord, erano prestanome del gruppo di riciclatori di Gaetano Mungiguerra, uscito illeso dal maxiprocesso Spartacus che assestò la prima vera mazzata al clan dei Casalesi e condannato a 16 anni, in primo grado, per un omicidio del 1990. La sentenza, emessa nel 2013, non è ancora definita in Appello. È, Mungiguerra, l’unico dei quattordici indagati a essere finito in cella. Per gli altri, il gip ha disposto i domiciliari. Si tratta di Antonio Schiavone, di Acerra, del napoletano Fulvio Cianciaruso e del casertano Giovanni D’Elia, residente a Calvi Risorta, ex direttore di banca ed esperto contabile. Ruota però intorno al presunto casalese Mungiguerra l’inchiesta che ha scoperchiato la prima parte di quello che, secondo gli investigatori, è un business che coinvolge ameno 50 persone in diverse regioni d’Italia. Un sistema del quale si serve anche la criminalità organizzata o perlomeno questa è l’ipotesi della guardia di finanza, ipotesi che emerge dalle intercettazioni in cui, sin dal 2014, s’innesta il tentativo di riciclaggio contestato agli indagati. I «sellers» di lire sono dunque i quattro campani.
 

Dicono, intercettati, di avere una quantità enorme di moneta in vecchio conio da convertire in euro. Un secondo gruppo di indagati acquista quei soldi sporchi pagando in euro in percentuali che vanno dal 35 al 42 per cento. In sintesi per 200 milioni di lire incassavano dai 35mila ai 42mila euro. Ciascun intermediario, dieci quelli identificati, veniva ripagato in percentuale del 2 per cento rispetto a ogni somma riciclata. Successivamente gli indagati cercavano le vie legali per piazzare l’intera somma e recuperare le quanto non rientrava in percentuale. Scritture private con vendita di valuta storica incardinate a carico di ignari o con nomi inventati. Esiste un interrogativo enorme, però, rispetto alla seconda fase del viaggio delle lire «cambiate» fuori tempo massimo. Secondo una delle ipotes sarebbero state dirottare in una banca svizzera che avrebbe incassato pure i franchi francesi ormai fuori corso. Franchi che, ma sono solo ipotesi, potrebbero essere provento dei traffici della mafia marsigliese o di altre organizzazioni criminali transalpine. Ma non è tutto. Come recita un vecchio adagio, fatta la legge trovato l’inganno. Ed ecco che quando la Corte Costituzionale blocca per illegittima la norma del governo Monti che anticipa il termine ultimo per il cambio delle lire, e il Ministero stabilisce che chi ha prova di aver chiesto il cambio nel periodo compreso tra la scadenza primaria e quella di Monti, i riciclatori si organizzano con una serie di documenti falsi per rientrare legalmente nel sistema. 

Ma una tale voluminosa mole di denaro come è stata spostata? Emerge l’utilizzo di una serie di istituti di vigilanza in tutta Italia dove le banconote da cambiare venivano depositate a garanzia di chi comprava le lire e sborsava gli euro. L’indagine ha visto al lavoro le fiamme gialle del Nucleo Speciale della Polizia Valutaria di Roma e del II Gruppo Napoli, coordinati dai colonnelli Maurizio Querqui ed Emilio Vitale. Una prima parte dell’inchiesta è iniziata nel 2013 e si è conclusa nel 2015. Una seconda fase ha preso il via nel 2017 ed è tutt’ora in corso. In quest’ultimo periodo s’incastra un dato del quale gli investigatori stanno tenendo conto: tra il 2016 e il 2019 i dati ufficiali della Banca d’Italia parlano di 254 operazioni di cambio lire-euro per cinque miliardi di lire. Uno scenario sul quale le indagini sono ancora in corso.  
Venerdì 22 Marzo 2019, 07:00 - Ultimo aggiornamento: 22-03-2019 15:06
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