Sale bingo dei clan, suicida scagionato:
la Dda aveva chiesto le assoluzioni

Giovedì 14 Gennaio 2021 di Mary Liguori

Una sorta di proscioglimento post mortem, al termine di un procedimento penale iniziato nel 2013 - anno della retata - e concluso con un sentenza di primo grado, emessa solo due giorni fa, che manda assolti quattro imputati su quattro per le presunte ingerenze del clan dei Casalesi nella gestione di una sala bingo di Teverola, in provincia di Caserta. Luciano Cantone, imprenditore del settore del gioco, è stato scagionato dopo otto anni dall'accusa di essere stato un paravento di Nicola Schiavone (rispondeva di intestazione fittizia con l'aggravante del metodo mafioso). Suo fratello Mario, invece, che finì in carcere per associazione per delinquere di stampo mafioso, non è mai arrivato neanche al processo perché, alcuni mesi dopo l'arresto, dopo aver invano professato la propria innocenza e chiesto domiciliari mai concessi, si impiccò nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Reato estinto, per lui, come da prassi in caso di decesso. L'assoluzione degli altri coimputati rappresenta però una «riabilitazione della memoria di Mario Cantone», hanno detto i suoi avvocati «ora i suoi figli sanno che il loro padre non era un camorrista», le parole del difensore, Francesco Liguori. Per il fratello e gli ex dipendenti, rinviati a giudizio dopo il decesso del 46enne, il sostituto procuratore Maurizio Giordano della Dda di Napoli ha chiesto l'assoluzione.


NESSUNA PROVA
Motivo della retromarcia, il mancato riscontro alle dichiarazioni di Nicola Schiavone, rampollo dell'omonima famiglia di camorristi di Casal di Principe, passato a collaborare con la giustizia nel 2018. Il pentito Schiavone è stato chiamato in causa dal pm, in un'udienza del 2019, in merito ai suoi contatti con i Cantone. Ma Schiavone jr, coinvolto nel 2013 nel medesimo procedimento sulla gestione occulta dei Casalesi delle sale bingo di diverse città d'Italia, ha dichiarato che di «quel settore si occupavano i fratelli Russo» e che «il fatto che i Cantone fossero soci dei Russo» glielo aveva «detto Russo stesso». Insomma, informazioni de relato, insufficienti, e a riscontro delle quali l'accusa non aveva altro che un'intercettazione in cui Luciano Cantone parlava con Francesco Russo di una «borsetta» da consegnargli e un secondo dialogo, sempre captato dalle cimici, in cui Russo parlava con altri di una «borsetta». Troppo poco per avanzare una richiesta di condanna. La Dda ha quindi dovuto chiedere l'assoluzione non solo per Cantone, ma anche per i suoi collaboratori dell'epoca, Luca D'Errico, Ferdinando Galluccio e Anita Turro (difesi dagli avvocati Francesco Liguori, Francesco Angelino, Giuseppe Pellegrino, Michele Dulvi Corcione e Vittoria Pellegrino). Il tribunale di Santa Maria Capua Vetere, due giorni fa, ha quindi assolto i quattro. I fratelli Cantone furono coinvolti in una maxiretata che, nel 2013, portò all'arresto di 57 persone in tutta Italia, mentre svariate altre finirono sotto inchiesta a piede libero, e al sequestro di beni per un valore complessivo di 450 milioni di euro. Cardine dell'inchiesta, la longa manus dei Casalesi nella gestione di bingo e sale slot tra Caserta, Napoli, Frosinone, Modena, Reggio Emilia e Catania. Tra stralci e riti alternativi, al momento risultano condannate 38 persone (sentenza del 12 gennaio 2015, gup di Napoli); 22 conferme di colpevolezza e 14 assoluzioni in Corte D'Appello (16 aprile 2016; verdetti poi sostanzialmente confermati in Cassazione). Infine, le quattro assoluzioni di due giorni fa. È invece ancora in corso, otto anni dopo la retata, il processo per ulteriori 70 imputati per le stesse vicende.

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