Casalesi, il sacco di Firenze:
ditte fantasma per i lavori di musei e atenei

Giovedì 21 Gennaio 2021 di Mary Liguori
Casalesi, il sacco di Firenze: ditte fantasma per i lavori di musei e atenei

Non solo la munnezza, ma anche il cemento è oro se passa per i filtri del clan dei Casalesi. Dopo le inchieste che ne hanno azzerato la capacità imprenditoriale in casa, ovvero in Campania, continuano le attività delle ditte collegate ai clan in altre regioni d’Italia. Dopo Emilia Romagna e Veneto, è la Toscana la patria del gruppo di camorra fondato tra Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano e Aversa. E sono partiti da questi comuni 30 dei 34 indagati colpiti ieri da misura cautelare spiccata dal gip di Firenze su richiesta della Procura diretta da Giuseppe Creazzo. La Dda fiorentina ha arrestato 10 persone, 11 sono state colpite dall’obbligo di dimora, mentre in 15 non potranno più svolgere attività d’impresa. Rispondono a vario titolo di associazione per delinquere di stampo mafioso, autoriciclaggio, intestazione fittizia. Con un articolato sistema di società cartiere, sono riusciti a muovere in meno di un anno (2018 e a seguire) oltre 8 milioni di euro. Il sequestro dello Scico della guardia di finanza equivale a questa somma, denaro fatturato fittiziamente per far rientrare nelle casse del clan i soldi fatti circolare per lavori mai eseguiti. Ma le ditte colpite dalla misura, di lavori in Toscana ne hanno eseguiti fin troppi, e tutti di un certo rilievo.  

Dalla ristrutturazione del Museo degli Innocenti di Firenze, al Polo Didattico dell’Università di Pisa, fino al restyling di uno stabilimento della Toscana Energia e della sede della Croce Rossa a Bagno a Ripoli. E ancora, la costruzione di complessi residenziali, di strutture destinate alla Eurospin, la messa in sicurezza di farmacie. Qui finiva parte del denaro autoriciclato, usato per pagare le maestranze a nero. Le stazioni appaltanti sono estranee alle indagini. Il copione, dunque, si ripete: grazie ai subappalti bypassato lo sbarramento dell’Antimafia. Grazie a compiacenti fittizi intestatari, le imprese collegate a soggetti orbitanti nel sistema camorra riuscivano a inserirsi nelle grandi opere in Toscana senza il problema delle interdittive antimafia che di certo li avrebbero «azzoppati» visti i loro trascorsi. Ruota, infatti, tutto intorno alle figure di Antonio Esposito, Giuseppe e Raffale Diana, ritenuti dalla Dda amministratori di fatto del gruppo di società edili. 

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È il pentito Nicola Schiavone che, in un verbale dell’8 gennaio 2019, spiega: «Il sistema delle false fatturazioni era molto utilizzato dal nostro clan per produrre provvista di denaro a nero grazie alla costituzione di apposite società fittizie nel settore edile che provvedevano ad emettere fatture false o sovrafatturazioni. Molte società - spiega ancora il collaboratore di giustizia figlio del capoclan Sandokan - avevano riserve di denaro in nero. Si creava una sequenza di società, la prima delle quali era quella che faceva i lavori e veniva pagata, la seconda era quella che emetteva le fatture false o sovrastimate per far uscire i soldi della prima società in modo apparentemente regolare e tracciato, infine vi era un terzo livello di società, del tutto fittizie, che fatturavano a loro volta alle seconde e qui i soldi venivano restituiti in contanti per poi tornare nelle casse del clan».

Da «buoni» imprenditori, i Casalesi si servivano di professionisti: a disposizione tre consulenti, Raffaele Napoletano Amedeo Corvino e Francesco Diana, che consentivano al gruppo di eludere la normativa in materia di misure di prevenzione patrimoniale antimafia attribuendo fittiziamente ai prestanome come Stefano Cicala, Marianna Esposito e Daniela Abolaei i ruoli di amministratori delle società di Esposito e Diana. Alcune delle ditte hanno ottenuto anche i fondi del Decreto Rilancio. 

Ultimo aggiornamento: 13:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA