Il giornalista Mario De Michele confessa:
«Ho inventato tutto per attirare l'attenzione»

Martedì 19 Maggio 2020 di Mary Liguori

«Nel corso del lockdown mi sono sentito solo, dopo mesi sotto i riflettori, improvvisamente nessuno pensava più a me, volevo tornare al centro dell'attenzione»: c'è questo dietro l'attentato simulato lo scorso 5 maggio. Lo ha detto De Michele al pm ammettendo di avere sparato con la sua pistola, regolarmente denunciata, tre colpi contro una parete di casa e di aver poi chiamato i carabinieri, riferendo che ignoti, dalla strada, erano autori del raid. Tra chi gli aveva creduto, chi aveva fatto finta di credergli e chi ha dovuto credergli per forza, Mario De Michele ha collezionato una lunga serie di «followers» e ieri, dopo che il Mattino ha divulgato la notizia dell'indagine in corso sul suo conto, quella che lo dipinge come un impostore, uno che ha simulato degli attentati per cucirsi addosso l'etichetta di eroe antimafia, le reazioni non si sono fatte attendere. E De Michele è passato dal pieno di solidarietà alla condanna. E, ha fatto sapere il suo avvocato, ha già chiesto di essere sospeso dall'Ordine anche se, per tirarsi fuori dall'Albo dovrà chiedere la cancellazione ché, sulla sospensione, può decidere solo il consiglio di disciplina presso il quale è già deferito. I titoli di coda dell'epopea De Michele sono sotto i riflettori, come ogni cosa che lo ha riguardato nell'ultimo anno. E quei riflettori ora scrutano oltre il «personaggio» De Michele e scorgono una persona più fragile di quanto si possa immaginare, uno che da mesi si è «in cura presso uno specialista», ha detto al pm, ma che, nonostante ciò, ha continuato a mentire.

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Non c'è solo l'attentato fuori casa, i tre spari dello scorso 5 maggio, tra quanto De Michele ha confessato. Anche un precedente episodio, avvenuto a gennaio, è stato progettato e messo in essere al solo scopo di fortificare l'immagine di giornalista anticamorra che si era creato. Denunciò, in quel frangente, d'aver ricevuto una lettera minatoria con proiettili. Anche quello, come gli spari, era simulato. Ma De Michele è stato messo di fronte all'evidenza quando, venerdì, è stato a lungo interrogato dal pm Dda Fabrizio Vanorio. I carabinieri del gruppo di Aversa, diretti dal colonnello Donato D'Amato, hanno infatti perquisito casa sua e hanno sequestrato il telefonino e la pistola che deteneva regolarmente. Con quell'arma, secondo quanto emerso, ha sparato contro una parete di casa. La perizia balistica ha infatti accertato che la notte del 5 maggio, i colpi furono esplosi dall'interno del cortile, e non dalla strada, come De Michele aveva tentato di far credere. I bossoli furono infatti ritrovati per terra dentro la corte. Di fronte a tutto ciò, il cronista è crollato, ma ha anche aggiunto di non avere avuto complici, di aver fatto tutto da solo.

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La Dda ha però iscritto sul registro degli indagati per concorso in simulazione di reato, armi e calunnia anche il vicedirettore del sito guidato fino a due giorni fa da De Michele, il praticante avvocato Pasquale Ragozzino. Ex allievo dei carabinieri, è stato a sua volta oggetto di una perquisizione. Deteneva regolarmente diverse armi che, insieme alla pistola di De Michele, saranno esaminare dal Racis. Sotto esame, com'è ovvio, non ci sono solo i fatti ammessi da De Michele, ma anche il primo attentato, quello di novembre che decretò l'assegnazione della scorta e che il cronista si ostina a riferire non essere opera sua. In quel caso, benché l'auto del giornalista risultò essere stata crivellata di colpi, sul luogo da lui indicato come teatro di fatti non fu ritrovato neanche un bossolo. Prime avvisaglie di una menzogna che ha finito per travolgere De Michele. 

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