Fase 2, il Centro Campania è deserto:
segnaletica anti-Covid ma nessun cliente

Mercoledì 20 Maggio 2020 di Antonio Menna

Sembra di essere finiti dentro una stazione spaziale orbitante, con quel gioco di vetri e specchi e quei corridoi lucidi e deserti e quelle corsie aperte sui lati di negozi senza porte, a metà tra una discoteca e un ospedale. Bisogna ricordarselo bene prima del Coronavirus, il Centro commerciale Campania, il più grande parco per gli acquisti del Sud, per capire quanto abbia scavato la paura nei due mesi di lockdown e quanto sia profonda la distanza tra l'avanti Covid e il dopo Covid. Non basta dire: si riapre. Bisogna poi vedere se la gente ha voglia di uscire, di tornare a battere i passi dei consumi, di riprendere lo struscio tra i negozi. Qui, nelle campagne di Marcianise battute da un sole accecante, all'uscita di autostrada e asse mediano, dove in genere si srotolava fin dal mattino un tappeto impressionante di auto, ieri c'era una prateria bruciata dal niente come in un western di Sergio Leone.

Scontrini quasi zero, registratori di cassa silenti, ancora molte serrande abbassate. Se il primo giorno di riapertura, lunedì, ha dato qualche segnale di euforia in verità solo per qualche ora del mattino e solo per i punti vendita dei mobili, con code di qualche decina di cliente un po' enfatizzata dai social -, il secondo giorno ha spazzato via la paura dell'assembramento. E ha acceso quella della grande crisi. Decine e decine di punti vendita interni al Centro aperti e vuoti, centinaia di commessi sulle porte a toccarsi le fastidiose mascherine, pochissimi coraggiosi clienti nei corridoi, più che altro giovani, quasi sempre in gruppo, ma spaventati anche loro dai silenzi, dalle scale mobili che salgono e scendono inutilmente senza nessuno, come in un film dell'orrore, e che rendono questi megastore innaturali, come se la folla fosse la loro identità, la calca il loro mood, e il deserto un precipizio che mette ansia.

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Unica eccezione, come per i negozi Ikea, la fanno anche al Campania gli store di arredo. È come se la lunga, forzata, permanenza in casa avesse rivelato difetti nel mobilio non visti prima, o logorato divani, se non rotto servizi di piatti si spera non in testa a qualcuno. Grande coda da Mondo Convenienza anche ieri mattina, con il giardino pieno e la gente disciplinatamente in fila, in attesa del proprio turno. All'interno, in uno show-room grande, potevano stazionare poche decine di clienti per volta. Che ovviamente hanno visitato l'esposizione con molta calma, lasciando tutti gli altri in attesa fuori. Prima di entrare, misurazione della febbre, con qualche siparietto paradossale: ore di attesa al sole, la fronte scotta (o il misuratore laser salta). Fatto sta che in troppi avevano una temperatura al limite ma è bastato che stessero all'ombra per farla rientrare nei parametri. A cento metri, però, Maison du Monde altro store di mobili - non ha alcuna fila. Si entra senza problemi, curiosamente nessuno misura la febbre, qualcuno usa il dispenser di gel all'ingresso, dove i soliti cartelli avvisano dell'obbligo di mascherina e guanti e della necessità di tenere le distanze. Fatto peraltro agevole visto che nei corridoi, tra letti e consolle, si vedono quasi solo i commessi. Due postazioni di addetti alla progettazione e alla vendita hanno le sedie di fronte a due metri dalla scrivania. I due clienti seduti devono urlare per farsi sentire. Nessuna coda da Decathlon, e neppure negli store di elettronica o di scarpe.
 


Ma è dentro la stazione spaziale, nel cuore del Centro commerciale, che lo sprofondo rosso del vuoto sembra consumare i pensieri degli esercenti. I negozi restano vuoti tutta la mattinata. Nessuno a misurare gli occhiali da sole da Grand vision, pochi ragazzi negli ampi spazi di Alcott o Adidas, in genere presi d'assalto. Vuoti anche marchi come Aw lab, Bata, Bershka, Calvin Klein. Alcuni non hanno proprio aperto, come Accessorize, Disney store. Altri come Zara home ancora allestiscono. I punti ristoro chiusi. La serranda di McDonald's sigillata. Chiusa anche la multisala cinematografica, ovviamente, e tutti i ristoranti sulla piazza grande, quella che dà sul palco dove in genere si tengono spettacoli e concerti. Nessuno nella libreria Mondadori, gioco di specchi nell' Apple store. Impressionanti le vetture dello showroom della Ford, al piano alto. Mentre alcuni negozi di abbigliamento hanno le vetrine ancora coi vestiti invernali, come l'immagine surreale di una casa da cui si è scappati all'improvviso. «Speriamo nel week end - dice una ragazza dalla vetrina di un negozio di borse, mentre mette via la pelletteria e sistema l'occorrente per il mare -, la ripresa è lenta, c'è un po' di timore, magari la gente attende di vedere come vanno le cose». «Mi chiedo - dice un commesso di un negozio di scarpe - chi verrà a spendere con questa crisi. Ho paura che se non si mette in moto la cosa, tra poco chiudiamo. I costi sono alti». Intanto colpisce e un po' intimorisce la segnaletica interna, che segnala il timore di perdere il controllo della situazione. Le folle sono auspicate ma anche temute. Se per gli store esterni si può attendere il turno all'aria aperta, per i negozi interni come si fa? Ognuno la sua coda, col rischio che se ci saranno mai code potrebbero sovrapporsi. Le grandi porte di ingresso sono divise: da una parte si entra, da un'altra si esce. Nessuno misura la febbre. Ci sono cestini per i rifiuti Covid (mascherine e guanti). Ci sono le regole di benvenuto. E poi le orme per attendere accanto alla vetrina il proprio turno. Un metro di distanza. Un posto sì e uno no sulle panchine. Avvisi ovunque, gel ovunque, volti mascherati su tutti i manifesti. Una batteria inquietante e necessaria di avvertimenti che, se anche volessi rilassarti un po', qui proprio no.

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