«Destra Volturno», il ghetto nel ghetto nella terra di nessuno lungo il litorale

Mercoledì 4 Luglio 2018 di Adolfo Pappalardo
nviato a Castelvolturno

No, non è l'inferno ma peggio. «'O munn fernut», lo definisce il sindaco Dimitri Russo. Da qui, da questa landa desolata di case abusive o cadenti, murate o occupate, sventrate sicuramente, veniva Charles Opoku Kwasi, il trentunenne ghanese che è andato fuori di testa. Ed ha ucciso un settantenne ricoverato accanto a lui nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Sessa Aurunca. In Italia da 11 anni ma ormai un'anima persa tra i fantasmi che vivono tra queste mura sbrecciate dalla salsedine del ghetto di Destra Volturno. Ex luogo di vacanze di un certo lusso sino agli anni 80 «dove ora vive il vomito dell'umanità», dice Pasquale Capuozzo di Casoria che ha la disgrazia di avere un negozio tra via Gramsci e, ironia della sorte, viale Californiano che di California non ha nulla ma somiglia piuttosto a una Beirut bombardata.
 
 

«Non è un quartiere ma l'attrattore di tutti i disgraziati del Mezzogiorno. Italiani e stranieri», rincara Russo il sindaco democrat di Castelvolturno per cercare di spiegare l'inspiegabile. Ovvero come in questa cittadina casertana, che conta circa 15mila immigrati irregolari, ci sia anche un ghetto nel ghetto. Di irregolari più irregolari degli altri. Un'oasi di disperati dove un posto letto, abusivo, in una casa abusiva (con allaccio fraudolento a luce e acqua), costa 80 euro al mese o giù di lì. Ideale se non hai uno straccio di documento o se qualcuno ti cerca. Tanto qui non c'è controllo se si esclude una frangia del clan Bidognetti che sino ad un anno fa, prima delle manette, chiedeva il pizzo per il servizio di guardiania alle case. Andati via loro, ecco l'antro spettrale in cui i vecchi proprietari non mettono piede da anni nelle loro case e sono occupate da chi capita. Solo una distesa di villette disabitate o occupate abusivamente improvvisamente ricercate dai registi quando cercano set a poco prezzo per storie di emarginati. Se vuoi qualcosa di spettrale o apocalittico, qui è il luogo ideale.
 

E qui viveva il ghanese diventato come quasi tutti i suoi connazionali una gogoliana anima morta. Come sospeso in un limbo. Senza un lavoro decente e senza un documento che gli avrebbe permesso almeno di tornare in patria.

Così da 11 anni. E i ghanesi, a differenza dei nigeriani abili negli affari, leciti o illeciti che siano, a Castelvolturno sono i paria degli irregolari. In attesa perenne di un documento per spostarsi in Nord Europa. Altrove. Ma quell'altrove è sempre qui a due passi dal mare tra le mura sbrecciate, un lavoro alla giornata da prendere, forse, alle 5 del mattino ad una rotonda della Domitiana, e poi tornare qui. Sino a che la pazzia non ti divora. Come nel 2011 quando un altro ghanese, sempre trentenne, entrò in un casa senza un motivo, bastonò a morte una bambina di 11 anni e poi la gettò in un canale. Senza un perché.
 
«C'è un pericoloso aumento della malattie mentali nella comunità dei ghanesi», spiega Antonio Casale, coraggioso direttore del centro Caritas di Castelvolturno che si adopera come può. Allarga le braccia e fa notare come «dopo anni senza lavoro e senza un documento, la maggior parte di loro si rende conto che è fallito il proprio progetto di vita». «Non è certo una giustificazione per quel che accaduto a Sessa Aurunca - aggiunge - ma da anni lancio l'allarme: serve un aiuto di psichiatri e mediatori culturali che sappiano capire molte nevrosi di questa comunità che non sono intuibili. E controllabili». Non è il primo e non sarà nemmeno l'ultimo Charles. Come lui altri 4mila connazionali che, a differenza dei nigeriani, non riescono a rapportarsi con nessuno. Non con gli italiani, figuriamoci, ma nemmeno con la comunità straniera femminile che è tutta nigeriana. Loro sono quasi tutti uomini. E soli.

«Sono comunità chiuse e, a differenza di altri luoghi, vivono per anni senza misurarsi con nessuno». Partono soli da qualche villaggio del Ghana, raggiungono l'Italia dopo mille traversie su qualche barcone, e dopo una decina d'anni sono sempre qui. Senza poter rivedere mai le loro famiglie. Finché non schiattano o non vanno fuori di testa. E se pure Salvini li rispedisse in patria come minaccia ogni giorno per loro sarebbe quasi una benedizione celeste.
«Charles lo conoscevo da quando sono arrivato in Italia, 11 anni fa», dice Appia Kwasi, ghanese di 37 anni che sobbalza quando vede la foto dell'arrestato. Lui, Appia, è un operatore della Caritas ed è una persona riconosciuta e stimata tra i suoi connazionali. «L'ultima volta l'ho visto giovedì, sembrava un po' perso. Non aveva lavoro, non c'era nemmeno a Rosarno a raccogliere agrumi. E non era rimasto con nulla. Non so cosa - aggiunge - è scattato nella sua testa». No, nessuno lo sa. Ma Charles non sarà né il primo, né l'ultimo fantasma ghanese a fare i conti con i suoi demoni.
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