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Il nipote di Bardellino ferito a Formia,
sullo sfondo un giro di droga e usura

Giovedì 17 Febbraio 2022 di Marilù Musto
Il nipote di Bardellino ferito a Formia, sullo sfondo un giro di droga e usura

Due ombre si impossessano della vetrina, Gustavo le vede, si affaccia mentre avanzano davanti all’autosalone a vetri dove lavora, poi spariscono, ma nel buio stridono gli spari. «Gustà», fa in tempo a gridare un collega. Un proiettile gli trapassa il torace, tocca a malapena il polmone. Un altro colpo gli sfiora la tempia. Un centimetro in più e si sarebbe conficcato in testa. È vivo per miracolo, Gustavo Bardellino, 42 anni, nipote di Antonio Bardellino, fondatore del potentissimo clan dei Casalesi. Gustavo è finito nel mirino di sicari che hanno agito per uccidere. Ferito, è stato portato in ospedale. Il racconto dell’agguato successo due sere fa (martedì) a Formia è uno spaccato che ricorda i massacri dei Casalesi di 34 anni fa. Di fatto, è un messaggio della malavita.

Torna l’incubo di una faida di camorra a 34 anni di distanza dall’omicidio dello zio di Gustavo, il leggendario Antonio, ammazzato a Buzios, in Brasile, con delle sprangate in testa come l’ultimo dei delinquenti. Vecchi ricordi. Ma il familismo legato al nome riemerge sempre, a dispetto dei secoli. Nella frazione di Gianola, a due passi dal mare, Gustavo, figlio di Silvio (uno dei fratelli di Antonio), è un lavoratore come tanti altri. È impiegato nell’autosalone «Bonerba» in via Ponteritto, ma si vocifera che in quel negozio abbia più di un interesse. I precedenti proprietari pare abbiano contratto un debito altissimo, ma niente è certo. Dietro all’agguato a Gustavo ci sarebbe, probabilmente, un enorme interesse legato all’usura e alla droga. Le voci si rincorrono, ma i carabinieri puntano dritto: Formia è una piccola enclave di famiglie mafiose, la città-confine con la Campania dove i parenti del boss di San Cipriano d’Aversa si sono rifugiati dopo un accordo preso con i De Falco, Schiavone e Bidognetti di Casal di Principe, all’indomani dell’uccisione di Antonio Bardellino. Il patto era: sparite dalla circolazione. E così, Ernesto (fratello del capoclan ed ex sindaco di San Cipriano d’Aversa), l’altro fratello Silvio e Maria (mamma di quel Paride Salzillo strozzato con una corda di caciotta), scelsero Formia. Era il maggio del 1988 quando il trasloco avvenne. 

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E a Formia, i Casalesi hanno fatto sempre sentire il «peso» della loro presenza. Non fu un caso la gestione «oscura» della discoteca «Seven Up», simbolo del potere e del benessere mafioso della camorra, ma anche sigillo di «amicizia» con la Banda della Magliana. E sempre a Formia investirono i fratelli Ascione, ritenuti vicini al clan camorristico dei Mallardo, egemone nell’area di Giugliano a Napoli. Altri tempi. Ora, i carabinieri della città, coordinati dal magistrato Corrado Farinella della Dda di Roma, vogliono però trovare l’identità del sicario che ha tentato di ammazzare Gustavo. Sua e pure quella del complice che lo ha portato via, possibilmente. Poca, a quanto pare, la collaborazione della vittima. Ieri, Gustavo Bardellino, ricoverato in ospedale, ha firmato le dimissioni ed è tornato a casa.

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Inchiesta difficile per la procura Antimafia di Roma che proprio qualche giorno fa, sequestrò beni per 50 milioni di euro a Pasquale Pirolo, impresario tuttofare ed ex amico di Bardellino. Pirolo era in affari con l’ex presidente di Confartigianato di Latina. I «diritti» della camorra non cadono in prescrizione, c’è sempre un tempo per fare soldi. Anche a 34 anni dalla morte del fondatore di uno dei clan camorristici più potenti e pericolosi del Sud. Non è un caso che un altro nipote di Antonio Bardellino, 12 anni fa, Antonio Salzillo, nel Casertano fosse tornato per aprire proprio una concessionaria, ma il clan di Nicola Schiavone (figlio di Francesco Sandokan) gli segò le gambe prima che potesse realizzare il sogno di ritornare in patria. Lo uccise lungo la strada di Cancello ed Arnone. La macchina di Antonio (fratello del Paride strozzato) fu ripescata nel canale dei Regi Lagni. Ora, torna la paura. I clan - con i fondi del Piano Nazionale di ripresa e resilienza - affilano i coltelli e aspettano che qualche osso tocchi pure a loro. E questo, porterà inevitabilmente a degli agguati.

Ultimo aggiornamento: 18:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA