Il boss La Torre ritratta le accuse:
«Se esco dal carcere mi uccidono»

Venerdì 17 Maggio 2019 di Marilù Musto
Il boss La Torre ritratta le accuse: «Se esco dal carcere mi uccidono»

«Preferisco scontare l'ergastolo piuttosto che uscire di galera e farmi ammazzare. Ritratto le mie dichiarazioni accusatorie nel processo sulla strage di Pescopagano e in tutti gli altri processi in cui sono imputato e chiedo, anche, che mi sia revocato il trattamento speciale per i collaboratori». Le volontà del boss di Mondragone Augusto La Torre spuntano in due memorie depositate in tribunale a Napoli e finite nelle mani della commissione centrale del Ministero dell'Interno a Roma.
 
Augusto La Torre, il boss psicologo, non smette mai di stupire. Dopo aver deciso di collaborare con i magistrati, per poi essere scoperto a commettere reati durante la fase delle prime dichiarazioni nel 2003, ieri, durante l'udienza con rito abbreviato a Napoli ha deciso di rompere il «patto» con i magistrati «perché non mi sento tutelato dallo Stato». Eppure, nonostante gli fosse stata revocata la protezione, il vecchio boss, in tutti questi anni, ha sempre riempito pagine di verbali durante gli interrogatori. Poi, qualcosa si è spaccato: l'espulsione dal programma di protezione della madre dal 2013, l'arresto del fratello e del figlio e, infine, l'ordinanza in cui viene additato come presunto «capo» di un clan dopo 30 anni di sbarre e catene, ha incrinato il rapporto con i giudici.

La stoccata, per la verità, potrebbe essere strumentale per sollecitare un intervento della commissione centrale del Ministero che decide sulla protezione dei collaboratori, mentre la ritrattazione sarebbe stata decisa dal boss «per una questione di principio - scrive - perché la Procura di Napoli si deve decidere: o sono un collaboratore oppure un boss, se faccio delle dichiarazioni ho il diritto di avere la protezione se esco da galera perché lì a Mondragone ci sono quattro o cinque miei ex affiliati e io corro il rischio di essere ammazzato. Ma la Procura non ritiene che io meriti di essere protetto, allora preferisco scontare il carcere a vita perché non ho scritto Giocondo in fronte». E così, il processo per la strage di Pescopagano che doveva chiudersi a breve, slitterà ancora. Nel procedimento sono imputati il boss e il fratello Francesco Tiberio La Torre.

Si tratta di uno dei fatti di sangue più brutali che siano stati consumati in Terra di Lavoro e che avrebbe fornito al killer Giuseppe Setola l'idea diabolica della strage degli immigrati compiuta a settembre del 2008 a Castelvolturno. La strage di camorra del 24 aprile 1990, avvenne davanti al bar «Centro» della frazione di Pescopagano nel comune di Mondragone e l'obiettivo furono dei giovani immigrati.
Il pubblico ministero dell'Antimafia, Maria Laura Lalia Morra ha chiesto la trasmissione della lettera depositata al giudice, alla Procura di Napoli. Ora bisognerà capire come si porrà la Procura nei suoi confronti.
 

Ultimo aggiornamento: 18 Maggio, 18:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA