Il braccio destro del capo del Dap:
«Non ho dato io l'ordine del massacro»

Venerdì 30 Luglio 2021 di Mary Liguori
Il braccio destro del capo del Dap: «Non ho dato io l'ordine del massacro»

La nuova scossa di terremoto ai vertici del carcere di Santa Maria Capua Vetere coincide con le ultime discussioni dinanzi al tribunale del Riesame. Mentre all’ufficio di direzione, dopo l’avvio delle procedure di revoca per Elisabetta Palmieri, s’avvicenderanno i direttori delle carceri di Poggioreale e Secondigliano in attesa della nomina del successore, i giudici della libertà sottoscrivono, una dopo l’altra, le misure cautelari spiccate dal gip Enea su richiesta della Procura diretta da Maria Antonietta Troncone. La direttrice Palmieri, a ogni modo, non è indagata per i pestaggi, ma il Dap le contesta di aver consentito al suo fidanzato di accedere all’istituto di pena benché non ne avesse titolo. 
 
Nessun colpo di scena, dicevamo, sotto il profilo giudiziario per chi, invece, per i pestaggi è finito in carcere, ai domiciliari o interdetto. La lunga e articolata disamina delle decine di posizioni per le quali i difensori avevano chiesto l’alleggerimento delle misure cautelari non ha prodotto particolari risultati, piuttosto, dal Riesame, è emersa una complessiva convalida dell’impianto accusatorio. Ciò nonostante gli indagati principali abbiano cercato di difendersi spiegando chi durante ore e ore di interrogatorio, chi affidando a una memoria scritta la propria versione dei fatti, che loro, il 6 aprile 2020, non diedero ordine di usare la violenza e che, successivamente, non fecero nulla per depistare le indagini e cancellare le prove dei pestaggi. Alcuni degli indagati rischiano condanne altissime, sono uno spauracchio i verdetti emessi a febbraio per il reato di tortura per i fatti del carcere di San Gimignano dove ben dieci agenti di polizia penitenziaria sono stati condannati per una fattispecie di reato solo di recente introdotta nell’ordinamento italiano (nel 2017). Non tutti, ma buona parte degli indagati per le violenze dell’Uccella secondo il gip hanno agito con «violenze o minacce gravi o crudeltà» e hanno riservando ai detenuti del reparto Nilo un «trattamento inumano e degradante». Ed è in questo che si realizza l’accusa di tortura contestata ai poliziotti più violenti ritratti nei video registrati dall’impianto dell’istituto di pena e ipotizzata a carico di decine di poliziotti che sono rimasti ignoti perché quel giorno indossavano il casco. 

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Le difese di chi era al comando dei nuclei intervenuti quel giorno ufficialmente per eseguire una perquisizione giustificata con la rivolta avvenuta 24 ore prima, come detto, hanno cercato di provare che le manganellate, i calci, i pugni, gli schiaffi furono opera degli agenti e che non ci fu alcun comando dall’alto affinché tanto orrore avesse luogo. È affidata a una memoria di diciassette pagine la versione dei fatti di Pasquale Colucci, braccio destro del provveditore Antonio Fullone (sospeso per otto mesi) e comandante del nucleo composto da 75 ignoti poliziotti provenienti da Secondigliano che il 6 aprile 2020 presero parte ai pestaggi. «Vorrei porre all’attenzione dell’autorità lo stato di disagio e pericolo che attualmente sta minacciando i miei familiari in seguito alla pubblicazione dei miei dati anagrafici su tutti i media locali e nazionali. Ho dei figli che hanno paura di uscire di casa perché temono ritorsioni e violenze». È lo sfogo che chiude la ricostruzione di quei giorni tremendi nel carcere casertano. Giorni in cui, sostiene Colucci, «non ebbi ruolo alcuno nelle violenze anzi, quando vidi un collega picchiare un detenuto cercai di fermalo», racconta al gip «ma mi fu detto di scansarmi». Successivamente «notai un detenuto che si teneva la testa con un asciugamano e ordinai ad alcuni uomini di condurlo immediatamente in infermeria». Non «regista» dei pestaggi, dunque, come sostiene il gip, ma «soccorritore» dei detenuti pestati. Colucci racconta anche lo stato di «frustrazione» in cui trovò il comandante Gaetano Manganelli (a capo della polizia penitenziaria in servizio a Santa Maria Capua Vetere) e sottolinea che fu lui, Manganelli, a chiedere a Fullone se «l’uso degli sfollagente fosse autorizzato» come si evince dagli ormai arcinoti sms intercorsi tra il funzionario di polizia e l’allora capo del Dap Campania e il provveditore rispose «solo se necessario». Quanto ai depistaggi, alla produzione di prove false per far ricadere sui solo detenuti le responsabilità di quel giorno «sono estraneo ai fatti», scrive Colucci «in quanto ho verbalizzato ciò che mi veniva riferito da chi era al comando quel giorno e le armi rudimentali che ho personalmente visto nel reparto, tanto che le ho fotografate col mio telefono, parlo di mazze, pezzi dei fornelli, punteruoli». Ma anche quelle foto, sostiene l’accusa, furono ritoccate. Infine, nel suo lungo monologo a discolpa, Colucci riferisce in merito al trasferimento dei 14 detenuti che, poi, finirono in isolamento al Danubio. «Manganelli mi disse che era necessario spostare 14 ristretti e io mi limitai a chiedere se c’era la certificazione sanitaria prevista in quel periodo per via del covid». 

Ultimo aggiornamento: 2 Agosto, 21:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA